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18 giugno 2026
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Le storie di ieri
di Rinaldo Battaglia *

"Mio padre aveva un sogno comune
condiviso dalla sua generazione
la mascella al cortile parlava
troppi morti lo hanno tradito
tutta gente che aveva capito.
E il bambino nel cortile sta giocando
tira sassi nel cielo e nel mare
ogni volta che colpisce una stella
chiude gli occhi e si mette a sognare
chiude gli occhi e si mette a volare.
E i cavalli a Salò sono morti di noia a giocare col nero perdi sempre
Mussolini ha scritto anche poesie
i poeti che strane creature
ogni volta che parlano è una truffa.
Ma mio padre è un ragazzo tranquillo
la mattina legge molti giornali
è convinto di avere delle idee
e suo figlio è una nave pirata
e suo figlio è una nave pirata.
E anche adesso è rimasta una scritta nera
sopra il muro davanti casa mia
dice che il movimento vincerà
il gran capo ha la faccia serena
la cravatta intonata alla camicia.
Ma il bambino nel cortile si è fermato
si è stancato di seguire gli aquiloni
si è seduto tra i ricordi vicini i rumori lontani
guarda il muro e si guarda le mani
guarda il muro e si guarda le mani
guarda il muro e si guarda le mani".

“Le storie di ieri” è un brano/poesia dell'estate 1974 scritto da Francesco De Gregori quando collaborava con Fabrizio De André. Da quel sodalizio scaturirono altre canzoni, poi interpretate da entrambi i poeti/cantautori.

In questo caso fu De André il primo a pubblicare la canzone, nel 1975, in “Volume VIII”, perché la casa discografica di De Gregori decise di escluderla (chissà mai perché? politicamente non conveniva?), nonostante fosse già stata incisa. De Gregori la inserirà poi nell'album “Rimmel”, modificandone alcuni passaggi, sia pure non significativi, rispetto alla versione di “Volume VIII”.

Il tema è socio-politico e riguarda la persistenza, più o meno sotterranea, di quelle “storie di ieri” che, nonostante si credano definitivamente condannate, si ripropongono e ritornano, o possono ritornare, magari sotto diverse mentite spoglie.

Il testo si compone di cinque cinquine ed una sestina (la quinta strofa), nella quale gli ultimi tre versi sono identici. Lo stesso accade nella quarta cinquina, i cui ultimi due versi sono ripetitivi.

Nelle strofe si alternano due figure, un padre e suo figlio, a simboleggiare lo 'ieri' (ventennio fascista) e 'l'oggi' (inteso come 1974), ovvero la generazione del fascismo e quella del post-fascismo italiano. Il giovane è lo stesso bambino della canzone, che si riferisce a se stesso in terza persona (...il bambino nel cortile sta giocando...).

In apertura udiamo il figlio che parla del sogno del padre (sogno fascista), allora condiviso (mio padre aveva un sogno comune.... condiviso...), con un riferimento alla fisionomia del duce (...la mascella al cortile parlava...). Ma quel sogno è naufragato per l'enorme numero di morti provocato dal regime, che fece capire quale ne fosse la vera natura (...troppi morti lo hanno tradito...).

Segue l'immagine del bambino-figlio, estraneo a quel periodo e lontano da quel sogno, innocente e giocoso (il bambino nel cortile sta giocando, tira sassi...). Nella nostra cultura il bambino è simbolo di innocenza, percezione istintiva, autenticità: ciò può anche significare che l'aspirazione autentica dell'uomo è altra e non coincide con quella tragedia del pensiero e della storia.

Nella terza strofa sembra il padre a prendere la parola, malinconico nel ricordare quel sogno condiviso, tradito, fallito ma non dimenticato. La riscossa della R.S.I. (Repubblica di Salò) è stata una farsa della storia (...i cavalli a Salò sono morti di noia...). Sembra che fosse un destino ineluttabile perdere (...a giocare col nero perdi sempre...). Eppure il dittatore-ideologo era anche poeta, quindi d'animo sensibile verso le cose umane (...Mussolini ha scritto anche poesie...), ma i poeti sono strani (...strane creature...), “giocano” con le parole che, così, non corrispondono più alla realtà (...ogni volta che parlano è una truffa...).

Nella quarta strofa è ancora il giovane a riferirsi al padre: oggi è una persona comune, nulla ne lascia trasparire le vere idee (...mio padre è un ragazzo tranquillo...), un qualsiasi borghese che si interessa alla politica (...la mattina legge molti giornali...). Ma io (suo figlio) sono per lui (come) una “nave pirata”, che assale e depreda quel suo sogno-ideale.

Ancora c'è su un muro la scritta che dice che quella “storia di ieri” è vincente (...dice che il movimento vincerà...). Il capo di quei seguaci si presenta sotto spoglie ordinarie, normali, ordinarie, sembra non trasmettere più nessuna preoccupazione (...ha la faccia serena, la cravatta intonata alla camicia...). Nell'ultima strofa il bambino-figlio sembra realizzare che qualcosa può accadere nuovamente, non riesce più a “giocare” spensierato (...s'è stancato di seguire gli aquiloni...), ha cominciato (forse) a pensare alla situazione presente e ai fatti della storia (...s'è seduto fra i ricordi vicini e i rumori lontani...), guarda il muro (con la scritta) e poi si guarda le mani, per verificare se sono veramente “pulite”, se egli non abbia responsabilità alcuna per il non più impossibile “ritorno” di quelle "storie di ieri“, di quel "sogno" condiviso da suo padre e da quella generazione.

La canzone venne scritta proprio in questi giorni del giugno 1974, oltre 50 anni fa, ma sembra che fosse ieri mattina in questi giorni tra le il silenzio ovattato sui crimini nel mondo in Palestina, Ucraina o dove preferite e il rischio evidente di una guerra nucleare. E probabilmente il titolo andrebbe corretto: in ‘Le Storie di Oggi’.

I poeti - che strane creature - anticipano sempre i tempi...

o forse, meglio, sono i tempi che non crescono e tornano indietro.

18 giugno 2026 - 52 anni dopo – Liberamente tratto da ‘Significato Canzone’ del 26 giugno 2017 e dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Seconda Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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