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18 giugno 2026
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Propaganda spudorata
di Giuseppe Franco Arguto

Sara Kelany: "L'Italia continua a indicare la rotta in Europa sul contrasto all'immigrazione illegale. Dopo aver aperto la strada con il Protocollo Italia-Albania, oggi anche l'Unione europea accelera verso strumenti innovativi come i return hubs nei Paesi terzi. È la dimostrazione che la linea del Governo #Meloni non era isolata, ma lungimirante. Dopo anni di parole e immobilismo, l'Europa sceglie di seguire la strada della fermezza e della sicurezza indicata dalla nostra Nazione."

𝙇𝙖 𝙥𝙧𝙤𝙥𝙖𝙜𝙖𝙣𝙙𝙖 𝙣𝙤𝙣 𝙝𝙖 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙣𝙚𝙢𝙢𝙚𝙣𝙤 𝙞𝙡 𝙥𝙪𝙙𝙤𝙧𝙚 𝙙𝙞 𝙣𝙖𝙨𝙘𝙤𝙣𝙙𝙚𝙧𝙚 𝙘𝙞𝙤̀ 𝙘𝙝𝙚 𝙧𝙞𝙫𝙚𝙡𝙖.

Davanti a un Paese attraversato da salari insufficienti, sanità pubblica in affanno, lavoro povero, precarietà, evasione fiscale, crisi abitativa, disuguaglianze territoriali e sfiducia crescente verso le istituzioni politiche e burocratiche, il potere sceglie ancora una volta il depistaggio.

Lo straniero diventa “illegale” prima ancora di essere persona. Non importa da dove venga, perché fugga, quale storia porti addosso, quale miseria, quale guerra, quale persecuzione, quale sfruttamento economico o climatico lo abbia spinto a muoversi. La sua esistenza viene compressa in una categoria amministrativa: irregolare, clandestino, problema, minaccia, costo, corpo da respingere.

Qui non passa una linea di civiltà, passa piuttosto una linea di separazione tra chi ha diritti e chi viene amministrato come eccedenza umana; tra chi può attraversare frontiere per affari, rendita, delocalizzazione e chi, invece, se attraversa una frontiera per sopravvivere, diventa immediatamente oggetto di sospetto.

E allora parliamo seriamente di “illegalità”.

Perché se l’illegalità è davvero il centro del discorso pubblico, perché tanta ossessione verso il migrante povero e così poca verso chi sottrae risorse alla collettività attraverso evasione, elusione, lavoro nero, sfruttamento, paradisi fiscali, delocalizzazioni opportunistiche? La Relazione 2025 sull’evasione fiscale e contributiva indica ancora un’evasione di imposte e contributi, al netto dell’inflazione, pari a decine di miliardi di euro; tra il 2018 e il 2022 si passa da 105,8 a 92,6 miliardi, mentre l’IRPEF dei lavoratori autonomi continua a presentare una propensione all’evasione intorno al 60%.

Questa è illegalità che svuota scuole, ospedali, servizi sociali, trasporti, welfare, cura pubblica. Questa è illegalità che impoverisce la vita quotidiana di milioni di persone. Questa è illegalità interna, strutturale, normalizzata, spesso assolta dal linguaggio politico, perché appartiene al mondo dei proprietari, degli imprenditori, dei professionisti, dei “produttivi”, dei rispettabili.

Il migrante povero, invece, è perfetto per la propaganda: non ha potere, non ha voce, non ha reti di protezione, non finanzia campagne elettorali, non siede nei consigli di amministrazione, non minaccia davvero l’ordine economico; serve solo come bersaglio.

La destra chiama tutto questo fermezza. Io lo chiamo diversione politica.

Si costruisce un nemico debole per non nominare i nemici forti. Si mostra il confine per non mostrare la cassa pubblica svuotata. Si parla di sicurezza per non parlare di giustizia sociale. Si agita l’immagine dello straniero per non discutere di chi, dall’interno, corrode il benessere comune, privatizza i profitti, scarica i costi sulla collettività e poi pretende pure di impartire lezioni di legalità.

Il punto non è negare l’esistenza di regole sull’ingresso e sul soggiorno. Il punto è chiedersi quale società stiamo diventando quando la legalità viene invocata solo contro chi è povero, mobile, straniero, vulnerabile; mentre diventa negoziabile, condonabile, tollerabile quando riguarda chi possiede, evade, sfrutta, delocalizza, specula.

Una società che chiama “sicurezza” la rimozione dei poveri non è più sicura. È soltanto più feroce. Una politica che festeggia i centri di rimpatrio fuori dai confini non ha risolto il problema migratorio. Ha soltanto spostato altrove il proprio fallimento morale.


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