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18 giugno 2026
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Gaza: le responsabilità che il mondo non può ignorare
di Emma Buonvino

Dopo oltre due anni di guerra, Gaza appare come uno dei territori più devastati del XXI secolo. Non si tratta più soltanto di una crisi umanitaria: siamo di fronte alla distruzione sistematica di un'intera società, delle sue infrastrutture, della sua economia e delle condizioni minime necessarie alla vita civile.

Secondo la valutazione congiunta di Nazioni Unite, Banca Mondiale e Unione Europea, oltre 371.000 abitazioni sono state distrutte o danneggiate, più della metà degli ospedali non è funzionante, quasi tutte le scuole hanno subito danni o sono state distrutte e il costo della ricostruzione è stimato in oltre 71 miliardi di dollari. Le Nazioni Unite affermano che lo sviluppo umano di Gaza è stato riportato indietro di circa 77 anni.

Le immagini satellitari elaborate da organismi delle Nazioni Unite indicano che circa l'81% delle strutture presenti nella Striscia risulta danneggiato o distrutto. Interi quartieri sono stati cancellati dalle mappe. Migliaia di persone risultano ancora sepolte sotto le macerie, molte delle quali rischiano di non essere mai identificate.

Di fronte a questa devastazione sorge inevitabilmente una domanda politica e morale: quale futuro immagina Israele per il popolo palestinese? Il governo israeliano sostiene che le proprie operazioni militari siano rivolte contro Hamas e giustificate dall'attacco del 7 ottobre 2023. Tuttavia, la scala della distruzione, l'enorme numero di sfollati e il mcollasso delle infrastrutture civili hanno portato numerose organizzazioni internazionali, esperti ONU e giuristi a interrogarsi se gli obiettivi perseguiti vadano ben oltre la semplice neutralizzazione di un'organizzazione armata.

Molti palestinesi vedono in ciò che sta accadendo un progetto di espulsione permanente, di frammentazione territoriale e di impossibilità concreta a ricostruire una vita collettiva. Le dichiarazioni di alcuni esponenti della destra israeliana favorevoli all'annessione di territori palestinesi e contrarie alla nascita di uno Stato palestinese alimentano ulteriormente questi timori.

La questione non riguarda soltanto Gaza.

In Cisgiordania, la violenza dei coloni israeliani contro le comunità palestinesi continua a crescere. Rapporti delle Nazioni Unite documentano migliaia di episodi di aggressioni, incendi di proprietà, distruzione di terreni agricoli, intimidazioni e sfollamenti forzati. Un recente rapporto dell'Alto Commissariato ONU per i Diritti Umani afferma che le autorità israeliane avrebbero avuto un ruolo centrale nel dirigere, facilitare o permettere tali condotte, rendendo spesso difficile distinguere tra violenza dei coloni e azione dello Stato.

Dal punto di vista del diritto internazionale, uno Stato ha la responsabilità di prevenire e perseguire gli atti violenti commessi da cittadini sottoposti alla propria giurisdizione. Quando tali violenze avvengono in modo sistematico e continuativo senza un'efficace repressione, la responsabilità dello Stato diventa una questione che la comunità internazionale non può ignorare.

Anche le Nazioni Unite hanno espresso crescente preoccupazione per le violazioni attribuite ai coloni israeliani, al punto da valutare misure specifiche nei loro confronti per le violazioni commesse contro i minori palestinesi.

La tragedia palestinese non può essere ridotta a una disputa geopolitica o a una semplice operazione militare. Quando un territorio viene reso quasi invivibile, quando milioni di persone perdono la casa, l'accesso all'acqua, alle cure, all'istruzione e alla prospettiva di un futuro, la questione diventa inevitabilmente umana prima ancora che politica.

La storia giudicherà non soltanto chi ha premuto il grilletto o sganciato le bombe, ma anche chi ha osservato la distruzione di Gaza e la progressiva erosione della vita palestinese in Cisgiordania senza intervenire. E giudicherà se il diritto internazionale sia stato uno strumento reale di tutela dei popoli o soltanto una promessa rimasta sulla carta.

Fonti: The United Nations Office at Geneva, Reuters

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