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Le barchette di carta di Sandbostel
di
Rinaldo Battaglia *
Ogni tanto qualche politico nostalgico del Duce e del suo regime criminale, parla male degli IMI. Come la Seconda Carica dello Stato, il Presidente del Senato Ignazio La Russa, in un’intervista di Bruno Vespa in Porta a Porta Rai 1 trasmessa il 21 aprile 2010 (4 giorni prima della Festa della Liberazione dal nazifascismo) quand'era allora Ministro della Difesa.
Eppure, nei lager nazisti ove molti nostri IMI erano imprigionati dopo l'8 settembre 1943 (700.000 circa) e dove molti di loro morirono (si parla da 55.000 a 63.000) - per essersi ora rifiutati di combattere per il Duce e per il Fuhrer - vi furono molti segnali di vita, forti barlumi di resistenza, chiari momenti di pura poesia tra i reticolati dei lager.
Valori che non tutti possono capire. Come certi politici. Mancano a loro le basi.
Non possono capire cosa, ad esempio, successe nel lager di Sandbostel, quello dai nazisti identificato come lo Stalag X B, situato in Bassa Sassonia, nel freddo nord della Germania verso la Danimarca, tra Brema ed Amburgo.
Qui vi furono imprigionati dal 1939 al 29 aprile 1945, quando venne liberato dagli Alleati, almeno un milione di ‘schiavi’ di quasi tutte le nazionalità. Oltre 50.000 non riuscirono a tornare a casa, uccisi soprattutto dalla fatica e dalla fame.
Ma anche il freddo era un compagno di viaggio sempre presente: il lager era stato costruito su una vecchia palude e d’inverno l’umidità penetrava nelle ossa. L’acqua potabile risultava quasi assente, come erano carenti gli servizi igienici.
Un famoso scrittore quale Giovannino Guareschi, ‘ospite’ sul finire della guerra anch’egli a Sandbostel, nel suo ‘Diario clandestino’ parlerà a fondo del ‘laghetto’: una vera e propria gigantesca pozzanghera di acqua piovana tra le baracche, ma fonte primaria nello stalag contro la sete. E, dove di notte, le S.S., quelle di guardia, urinavano e, dove di giorno, i deportati bevevano, senza capire perché lì le guardie lo lasciassero fare a differenza che nelle altre pozzanghere del lager. Dove era vietato dissetarsi.
Piccoli segnali di disprezzo degli altri, barlumi di prepotenza, momenti di pura vigliaccheria tra i reticolati dei lager nazista.
Giovannino Guareschi, invece e in contrasto, ci riportò uno dei segnali di vita e dei momenti di pura poesia dei prigionieri.
Raccontò che dopo lo sbarco in Normandia, quando anche a Sandbostel le voci arrivavano copiose e davano conforto o speranza ai deportati, un giorno vennero costruite di nascosto molte barchette di carta, carta recuperata chissà dove, e ‘varate’ nella notte nel laghetto, come fossero anche loro dirette sulla costa francese per liberare il mondo dal nazifascismo.
Sarà stata probabilmente la notte dell'8, forse 9, di giugno 1944. All'alba, al momento della 'conta', i nazisti di guardia nel lager non capirono, perché di certo non erano informati di cosa fosse in atto contro di loro dopo il D-Day, ma i deportati - italiani e non italiani - lo intuirono bene. Era un messaggio chiaro e forte.
La speranza riprese vigore e continuarono convinti nella loro particolare forma di lotta. Qualcuno più tardi la definirà 'l'Altra Resistenza'.
Tra quegli IMI - mi vanto nel dirlo - a Sandbostel quel giorno c'era anche mio zio Gino.
Talvolta anche delle barchette di carta ci insegnano la differenza tra fascisti ed antifascisti, tra chi era - ed è - dalla parte sbagliata della Storia. Tra chi urinava nell'acqua dove gli altri disperati poi andavano a bere, assetati a morte.
Le barchette di carta a Sandbostel, quelle che viaggiavano nella pozzanghera di 82 anni fa, subito dopo il D-Day, ce lo ricordano. E io capisco e non dimentico.
14 giugno 2026
* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio
 
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