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14 giugno 2026
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Obbedire o mettere in dubbio?
di Giuseppe Franco Arguto

“𝗡𝗲𝘀𝘀𝘂𝗻𝗼 𝗰𝗵𝗲 𝗶𝗺𝗽𝗮𝗿𝗶 𝗮 𝗽𝗲𝗻𝘀𝗮𝗿𝗲 𝗽𝘂𝗼̀ 𝘁𝗼𝗿𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗮 𝗼𝗯𝗯𝗲𝗱𝗶𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗺𝗲 𝗳𝗮𝗰𝗲𝘃𝗮 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮, 𝗻𝗼𝗻 𝗽𝗲𝗿 𝘀𝗽𝗶𝗿𝗶𝘁𝗼 𝗿𝗶𝗯𝗲𝗹𝗹𝗲, 𝗺𝗮 𝗽𝗲𝗿 𝗹’𝗮𝗯𝗶𝘁𝘂𝗱𝗶𝗻𝗲 𝗼𝗿𝗺𝗮𝗶 𝗮𝗰𝗾𝘂𝗶𝘀𝗶𝘁𝗮 𝗱𝗶 𝗺𝗲𝘁𝘁𝗲𝗿𝗲 𝗶𝗻 𝗱𝘂𝗯𝗯𝗶𝗼 𝗲𝗱 𝗲𝘀𝗮𝗺𝗶𝗻𝗮𝗿𝗲 𝗼𝗴𝗻𝗶 𝗰𝗼𝘀𝗮.” (Hannah Arendt, Alcune questioni di filosofia morale / Responsibility and Judgment)

Arriverà un giorno in cui i responsabili politici e militari del genocidio palestinese saranno chiamati dinanzi a un tribunale internazionale, non per rispondere a una generica “crisi umanitaria”, non per giustificare “eccessi” o “errori collaterali”, ma per rendere conto di crimini di guerra, di crimini contro l’umanità, della distruzione sistematica di un popolo sotto gli occhi del mondo.

Quel giorno, come accadde dopo la Seconda guerra mondiale con i gerarchi nazisti, molti proveranno probabilmente a rifugiarsi nella formula più vile e più antica del potere: “ho eseguito gli ordini”.

Lo stesso accadrà dinanzi il tribunale della storia, per tutti quei leader di governo che non hanno sancito il crimine israeliano mentre era in atto, anzi, lo hanno alimentato col silenzio e il sostegno industriale e commerciale.

Non si può ridurre l’obbedienza a una zona franca della coscienza; non si può trasformare la catena di comando in lavacro morale; non si può pretendere che l’ordine ricevuto cancelli la responsabilità di chi lo ha eseguito, sostenuto, giustificato, protetto, finanziato, armato, raccontato con parole addomesticate.

Hannah Arendt lo aveva compreso con una lucidità che ancora brucia: il male politico non ha bisogno soltanto di mostri, di fanatici, di carnefici consapevoli della propria ferocia; ha bisogno anche di funzionari, soldati, burocrati, ministri, giornalisti, tecnici, cittadini obbedienti, uomini e donne che smettono di pensare, o che pensano solo dentro il recinto già tracciato dal comando.

Per questo la cit. di Arendt in premessa colpisce con tanta forza.

Il punto non è la ribellione come posa, non è il gusto adolescenziale del “no”; il punto è che chi pensa davvero non può più obbedire innocentemente.

Ogni ordine passa attraverso una domanda; ogni comando deve attraversare il giudizio; ogni disciplina incontra, prima o poi, quella soglia interiore oltre la quale l’essere umano non può più dire: “non sapevo”, “non decidevo”, “non dipendeva da me”.

Perché il pensiero, quando è vivo, non rende necessariamente eroi; rende però più difficile diventare complici senza accorgersene.

Questo vale per chi sgancia bombe, per chi firma ordini, per chi vota finanziamenti militari, per chi tace nelle istituzioni, per chi manipola il linguaggio, per chi chiama “difesa” ciò che è annientamento, per chi chiama “sicurezza” ciò che è dominio, per chi chiama “danno collaterale” il corpo di un bambino.

La ragion di Stato non sospende l’umano.

Chi ha imparato a pensare non può più tornare a obbedire come prima e chi pretende di farlo, dopo aver visto, saputo, compreso, non è più soltanto un esecutore: è un corresponsabile.

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