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14 giugno 2026
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Gaza: la biologia dell'assedio
di Emma Buonvino

A Gaza non stanno proliferando soltanto i topi. Sta proliferando ciò che accade quando una società viene privata deliberatamente delle condizioni minime per sopravvivere.

Nelle tende di Al-Mawasi i genitori raccontano di roditori "grandi come conigli" che entrano durante la notte tra i bambini addormentati. Non è una metafora. È la conseguenza prevedibile di una catastrofe sanitaria costruita pezzo dopo pezzo.

Sotto le macerie della Striscia restano ancora oltre 10.000 corpi che non possono essere recuperati. Le Nazioni Unite stimano più di 60 milioni di tonnellate di detriti e affermano che, ai ritmi attuali, la loro rimozione potrebbe richiedere oltre vent'anni perché l'ingresso di mezzi pesanti, escavatori, pompe e attrezzature necessarie alla bonifica continua a essere fortemente limitato o impedito dalle autorità israeliane.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

L'80% delle stazioni di pompaggio fognario non funziona più. Ogni giorno decine di migliaia di metri cubi di liquami non trattati finiscono nell'ambiente. Cumuli di rifiuti si accumulano accanto alle tende dove vivono quasi due milioni di sfollati.

Mosche, pulci, zanzare e roditori trovano condizioni ideali per moltiplicarsi.

Con loro avanzano malattie che il mondo moderno sa perfettamente come prevenire: diarree acute, epatite A, infezioni cutanee, scabbia, pidocchi, morsi infetti di ratto e perfino il ritorno della poliomielite, assente da Gaza da venticinque anni.

Questo non è un disastro naturale. Non è il risultato inevitabile della guerra. È il risultato di scelte politiche e militari precise.

Quando si impedisce la riparazione delle reti idriche, quando si ostacola l'ingresso dei macchinari necessari a rimuovere le macerie, quando si mantiene una popolazione affamata, sfollata e concentrata in spazi sovraffollati, le epidemie non sono un incidente: sono una conseguenza prevedibile.

L'epidemiologia insegna che le malattie non nascono soltanto dai microbi. Nascono dalle condizioni che permettono loro di diffondersi.
E le condizioni che oggi stanno trasformando Gaza in un gigantesco focolaio sanitario hanno responsabilità umane e politiche precise.

I bambini di Gaza non stanno vivendo soltanto sotto le bombe.
Stanno crescendo tra liquami, macerie, corpi non recuperati, insetti vettori di malattie e roditori che si nutrono dei resti di una società distrutta.

La vera domanda non è come mai ci siano così tanti topi.

La vera domanda è come il mondo possa assistere a tutto questo e continuare a considerarlo normale.

Perché quando una popolazione viene privata dell'acqua pulita, delle fogne, degli ospedali, delle sepolture e della possibilità stessa di bonificare il proprio territorio, non siamo più davanti a una crisi umanitaria.

Siamo davanti alla distruzione sistematica delle basi biologiche della vita.

La sofferenza umana dei palestinesi vittime del meccanismo biologico dell'assedio è terribile.

Topi, mosche, liquami, epidemie, corpi sotto le macerie, reti fognarie distrutte, acqua contaminata, malnutrizione: non sono problemi separati, ma elementi di una stessa catena causale.

L'aspetto più importante è che la crisi sanitaria non è dovuta ad una generica "sfortuna della guerra", ma individua responsabilità concrete: il blocco e le restrizioni all'ingresso di mezzi pesanti; l'impossibilità di rimuovere macerie e corpi; la distruzione delle infrastrutture idriche e fognarie; l'impossibilità di effettuare bonifiche su larga scala; il mantenimento di una popolazione enorme in condizioni di sovraffollamento e denutrizione.

Il risultato è ciò che gli epidemiologi chiamano un ambiente favorevole alla diffusione delle malattie: non serve che qualcuno diffonda deliberatamente un agente patogeno; basta creare e mantenere le condizioni che permettono a epidemie e infestazioni di svilupparsi.

"Le malattie non nascono soltanto dai microbi. Nascono dalle condizioni che permettono loro di diffondersi."

Ed è proprio qui che emerge la questione politica e morale: quando quelle condizioni sono il prodotto di decisioni umane, la crisi sanitaria non può essere considerata soltanto una conseguenza collaterale della guerra con la distruzione delle persone e la distruzione delle condizioni necessarie alla vita stessa.

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