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Ci vogliono conquistare
di Rossella Ahmad
Telefonata fiume ieri mattina con parenti ed amici in Giordania. Ci lamentiamo dell'immobilismo dei popoli arabi in generale e di quello giordano in particolare, composto di palestinesi al 60%.
Amo la Giordania. Il popolo giordano è per me il simbolo vivente della cortesia e della gentilezza. Il compendio perfetto dell'essere islamici: pazienti, miti, sorridenti ed ospitali con i visitatori. Vi ho trascorso complessivamente oltre un anno della mia vita in tempi diversi. L'ho girata in lungo ed in largo, dalla linea di confine con l'Iraq a quella con la Siria. Da Aqaba alla valle del Giordano fino a vedere la Palestina dall'alto, dalla collina di Omm Qeis.
Ed in effetti la Giordania rappresenta la Palestina come sarebbe stata se la sua storia non fosse stata spezzata brutalmente.
I sionisti incolti del web amano giocare su questo equivoco. Dichiarano che la Giordania sia la vera casa dei palestinesi, mentre la Palestina - che era vuota, secondo la loro bizzarra versione dei fatti - spettava di diritto ad immigrati europei senza alcun legame con essa.
Ricostruzione fantascientifica della storia ovviamente, perché sia al di qua- West Bank - che al di là del Giordano - Transgiordania - vivevano i palestinesi, ognuno a casa propria. Solo in seguito alla presa della Palestina da parte del movimento sionista, fu deliberato che la East Bank dovesse essere Giordania, uno stato in cui si sperava di convogliare tutti i palestinesi sopravvissuti ai massacri ed alla pulizia etnica. Prima della creazione artificiale dello stato d'Israele, tutto era Palestina.
Gli accordi tra capi arabi, movimento sionista e corona britannica per spartirsi la Palestina furono il primo tradimento, che continua ancora oggi.
Perché la Giordania non solo non ha avuto il cuore di far giungere a Gaza una sola bottiglia d'acqua mentre riforniva tutti i giorni israele di primizie e verdura fresca dalla valle del Giordano.
Non solo ha offerto la possibilità alle navi israeliane minacciate dalla rappresaglia yemenita di tracciare nuove rotte più sicure affinché non fossero interrotti i rifornimenti allo stato genocida.
In Giordania, come pure in Egitto ed in Arabia Saudita, era fino a poco fa persino vietato esporre la bandiera palestinese e mostrare solidarietà alla popolazione di Gaza. Adesso non so. E chi manifesti lo fa a suo rischio e pericolo di ritorsioni sul lavoro e nella vita quotidiana.
Io so tutto questo. E me ne preoccupo e dispiaccio.
Il fatto che i popoli mediorientali - escluse le onorevoli eccezioni di Yemen, Iran e resistenza libanese - abbiano assistito inerti allo scempio consumato a Gaza, è un dolore nel dolore. Perché io quei popoli li amo.
E qui mi sento di tranquillizzare gli stolti occidentali del "ci vogliono conquistare gne gne gne". Placatevi. I popoli arabi non riescono neanche a liberare un centimetro quadrato di Palestina figurarsi se hanno in mente voi e le vostre paranoie del cavolo. Vi hanno già conquistati altri soggetti e manco ve ne siete accorti.
Torno alla telefonata, alle lamentele ed alla spocchia tutta occidentale , la mia, di chi non sa cosa significhi camminare con un uomo della mukhabarat che ti soffia sul collo. Però, dico, qualcosa sì sta muovendo, ed è ciò che sogniamo e chiediamo dal sette ottobre 2023. Anche i popoli arabi sono in marcia per Gaza. Raccolgono folle lungo strada dal maghreb al mashreq, fratelli che tentano di soccorrere altri fratelli, mentre i loro governi tramano col nemico.
È un simbolismo che abbaglia, pur nella consapevolezza amara della sua inutilità. Ma nulla è veramente inutile, dicevamo.
Sogno che la Umma dei volenterosi devii il percorso e passi in raccolta per la terra al di là del Giordano, dove vive un popolo colto, gentile ed accogliente, di cui ho nostalgia. È un sogno impossibile, ma l'immagine delle folle in marcia per liberare la Palestina mi fa battere il cuore più forte.
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