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Israele al voto: sfidante di Netanyahu un generale della dottrina Dahiya
di Landro Leggeri
In Israele cresce il malcontento nei confronti di Benyamin Netanyahu. Le responsabilità politiche per il 7 ottobre, i processi per corruzione, le tensioni con gli ultraortodossi sulla leva militare e l'incapacità di ottenere una vittoria decisiva nelle guerre degli ultimi anni stanno erodendo il consenso del premier. Eppure, chi immagina che la sua possibile uscita di scena possa tradursi automaticamente in un cambio radicale nei confronti dei palestinesi rischia di rimanere deluso.
Tra i principali candidati alla successione emerge infatti Gadi Eisenkot, ex capo di stato maggiore dell'IDF e leader del partito Yashar. Lo stesso Eisenkot che viene generalmente associato alla cosiddetta Dottrina Dahiya, una strategia militare che prevede l'impiego di una forza schiacciante e sproporzionata contro territori ritenuti ostili, attraverso la distruzione sistematica di infrastrutture civili per esercitare pressione sulle popolazioni e sulle autorità locali.
Il nome della dottrina deriva da Dahiya, il quartiere meridionale di Beirut devastato dai bombardamenti israeliani durante la guerra del Libano del 2006. Nel 2008 Eisenkot dichiarò che ciò che era avvenuto a Dahiya sarebbe potuto accadere in "ogni villaggio da cui si sparasse contro Israele", aggiungendo che tali località non dovevano essere considerate semplici centri abitati, ma vere e proprie basi militari.
Negli anni successivi, numerose organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato gli effetti di questo approccio, accusando Israele di fare ricorso a punizioni collettive e di compromettere il principio di distinzione tra civili e combattenti previsto dal diritto internazionale umanitario.
Il punto centrale è forse un altro. La crisi di Netanyahu non sembra aver aperto uno spazio politico significativo per chi mette in discussione l'occupazione della Cisgiordania, il blocco di Gaza o il paradigma della soluzione militare permanente. Al contrario, il confronto appare confinato all'interno dello stesso campo politico-sicurezza: non se continuare sulla strada della forza, ma come farlo e chi debba guidare il Paese.
Per i palestinesi, dunque, il possibile passaggio da Netanyahu a Eisenkot potrebbe rappresentare un cambiamento di leadership più che di politica. In un contesto segnato dall'espansione delle colonie, dalla devastazione di Gaza e dall'assenza di un reale processo di pace, il ricambio ai vertici dello Stato israeliano rischia di non tradursi in una svolta sostanziale sul terreno.
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