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11 giugno 2026
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Il pastore
di Edoardo Morello

Le 15:10:51. Lo segna l'orologio in sovrimpressa, sopra una collina calcarea a sud di Hebron. Il fuoristrada scuro corre sulla pista e dietro di sé, dentro la polvere, trascina una massa grigia.

Il grandangolo la fa sembrare piccola, sembra niente. Un sacco, verrebbe da pensare. Un copertone. La mente cerca sempre la spiegazione più mite.

Non è un sacco. È un cane.

Lo capisci quando il video taglia e ti porta a terra, sopra il corpo. Pelo lungo, grigio e bianco, aperto sulla pietra. Le zampe distese.

La stessa massa che un attimo prima correva legata al mezzo. La telecamera fissa aveva ripreso l'azione. La mano col telefono ne riprende il risultato. Tra le due immagini non c'è interpretazione: c'è un prima e un dopo.

Le telecamere, qui, le montano i pastori. Le fissano ai pali perché hanno imparato che la loro parola pesa meno di quella di chi li aggredisce. Servono testimoni di metallo. Masafer Yatta è piena di questi occhi.

Un cane da gregge cammina coi pastori da prima che esistessero le frontiere. È l'allarme, la guardia, la famiglia. È il confine vivente di chi un confine non lo possiede.

Trascinarlo davanti alla telecamera che il pastore stesso ha installato non è crudeltà cieca. È un messaggio, recapitato a un indirizzo preciso. Vattene.

Chi ha pubblicato il video ha scritto una riga sola. 𝘎𝘭𝘪 𝘢𝘯𝘪𝘮𝘢𝘭𝘪, 𝘪𝘯 𝘰𝘨𝘯𝘪 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘴𝘵𝘢𝘵𝘰, 𝘯𝘰𝘯 𝘴𝘰𝘯𝘰 𝘢𝘭 𝘴𝘪𝘤𝘶𝘳𝘰 𝘥𝘢𝘭 𝘭𝘰𝘳𝘰 𝘤𝘰𝘮𝘱𝘰𝘳𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰.

Loro. Il pronome non ha bisogno di nomi. A Masafer Yatta sanno tutti chi è.

C'è una parola per questo, e non è incidente. È pulizia. Lenta, paziente, fatta a pezzi piccoli. Un campo bruciato, una capra in meno, un cane trascinato nella polvere.

Lo spopolamento non ha bisogno di carri armati. Ha bisogno di tempo e di impunità.

La telecamera che il pastore ha montato per proteggersi ha finito per filmare la sua perdita. Ha visto tutto. E vedere, da solo, non ha salvato nessuno.

𝘍𝘰𝘯𝘵𝘪: 𝘷𝘪𝘥𝘦𝘰 𝘥𝘢 𝘷𝘪𝘥𝘦𝘰𝘴𝘰𝘳𝘷𝘦𝘨𝘭𝘪𝘢𝘯𝘻𝘢, 𝘉'𝘛𝘴𝘦𝘭𝘦𝘮, 𝘖𝘊𝘏𝘈 𝘰𝘗𝘵

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