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10 giugno 2026
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Gaza: responsabilità di una catastrofe annunciata
di Emma Buonvino

A Gaza non sta avvenendo una tragedia naturale. Non è un terremoto. Non è un'alluvione. Non è una carestia provocata dalla siccità.

È il risultato di decisioni politiche, militari e diplomatiche assunte da uomini, governi e istituzioni che hanno nomi e cognomi.

La prima responsabilità appartiene naturalmente allo Stato di Israele, che controlla confini, spazio aereo, accessi marittimi, movimento delle persone e ingresso degli aiuti. Da oltre venti mesi la popolazione civile di Gaza è sottoposta a bombardamenti, sfollamenti forzati, distruzione sistematica delle infrastrutture civili, restrizioni all'assistenza umanitaria e compressione progressiva dello spazio abitabile.

La Corte Internazionale di Giustizia ha ritenuto sufficientemente grave il rischio per ordinare misure cautelari vincolanti affinché fossero prevenuti atti riconducibili alla Convenzione sul genocidio e fosse garantito l'accesso agli aiuti umanitari. Non si tratta di propaganda militante, ma di atti della più alta autorità giudiziaria delle Nazioni Unite.

Ma la responsabilità non si esaurisce a Tel Aviv o a Gerusalemme. Esiste una responsabilità occidentale, europea e statunitense.

Per decenni i governi occidentali hanno affermato che i diritti umani, il diritto internazionale e la protezione dei civili costituissero principi universali. Quando però questi principi hanno richiesto misure concrete contro Israele, le stesse istituzioni che avevano invocato sanzioni, embarghi e isolamento diplomatico in altri contesti hanno improvvisamente scoperto il linguaggio dell'attesa, della prudenza e della complessità.

L'Unione Europea ha continuato a mantenere relazioni privilegiate con Israele mentre organizzazioni internazionali denunciavano il collasso umanitario della Striscia. Gli Stati Uniti hanno garantito copertura diplomatica, militare e politica al governo israeliano durante l'intera offensiva. Esiste poi una responsabilità mediatica.

Per mesi il dibattito pubblico ha trasformato la morte di decine di migliaia di palestinesi in una questione di linguaggio. Si è discusso se fosse corretto usare una parola piuttosto che un'altra, mentre ospedali, scuole, università, reti idriche e campi profughi venivano distrutti. La normalizzazione dell'orrore è stata possibile perché la sofferenza palestinese è stata spesso raccontata come un dato statistico anziché come una realtà umana.

Infine esiste una responsabilità collettiva.

La storia insegna che nessuna grande tragedia del Novecento è stata resa possibile soltanto dagli autori materiali. Ogni sistema di oppressione ha avuto bisogno di spettatori, giustificatori, opportunisti e silenziosi osservatori.

Quando una popolazione viene privata dell'acqua, del cibo, delle cure mediche, della libertà di movimento e perfino dello spazio fisico necessario per sopravvivere, non siamo più di fronte a un semplice effetto collaterale della guerra. Siamo di fronte a una questione morale che riguarda l'intera comunità internazionale.

La domanda che la storia porrà non sarà soltanto cosa è accaduto a Gaza. La domanda sarà: chi sapeva? Chi poteva intervenire? E perché ha scelto di non farlo?

Bibliografia essenziale: Diritto internazionale e documenti ufficiali
International Court of Justice, Application of the Genocide Convention (South Africa v. Israel), ordinanze sulle misure provvisorie del 2024. icj-cij.org
United Nations Office for the Coordination of Humanitarian Affairs, aggiornamenti periodici sulla situazione umanitaria a Gaza. ochaopt.org
United Nations Human Rights Office, rapporti sui territori palestinesi occupati.
The United Nations in Palestine

Libri

Rashid Khalidi, The Hundred Years' War on Palestine.
Ilan Pappé, The Ethnic Cleansing of Palestine.
Norman Finkelstein, Gaza: An Inquest into Its Martyrdom.
Sara Roy, The Gaza Strip: The Political Economy of De-development.
Francesca Albanese, J'Accuse (2025).

Organizzazioni per i diritti umani

amnesty.org hrw.org btselem.org 0mezan.org

Questa bibliografia combina fonti accademiche, giuridiche, israeliane, palestinesi e internazionali, utile per sostenere un'argomentazione critica senza basarsi esclusivamente su fonti militanti.

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