 |
La violenza delle parole
di Emma Buonvino
Manipolazione linguistica e disumanizzazione
C'è una seconda violenza che spesso segue quella delle armi. È la violenza delle parole.
Un bambino di sette mesi, si chiamava Sam, viene ucciso.
Ha un nome, una famiglia, una storia, un volto. Ma nel comunicato militare quel bambino scompare. Al suo posto compare un "veicolo". Scompare la madre ferita gravemente. Scompare il padre. Scompare la vita concreta. Restano formule burocratiche, costruzioni passive, astrazioni amministrative.
Non si parla di una persona colpita. Si parla di un "danno".
Non si parla di chi ha sparato. Si parla di un danno "causato".
Non si parla di una morte. Si parla di persone "evacuate per ricevere cure".
Non si descrive ciò che è accaduto. Si descrive ciò che i soldati hanno "percepito".
È una trasformazione linguistica che ha uno scopo preciso: allontanare la responsabilità dall'azione e allontanare l'umanità dalla vittima.
La lingua non è mai neutrale. Quando un bambino morto diventa un "danno collaterale", quando una famiglia diventa un "veicolo", quando una pallottola che attraversa dei corpi diventa un "colpo singolo", non siamo più nel terreno della cronaca. Siamo nel terreno della gestione politica della realtà.
Le guerre si combattono con le armi, ma anche con le parole. E le parole servono a costruire ciò che può essere accettato, tollerato, dimenticato.
Per questo restituire il nome alle vittime è un atto necessario.
Sam non era un veicolo.
Non era un danno.
Non era una conseguenza amministrativa.
Era un bambino di sette mesi.
E ogni linguaggio che tenta di cancellare questa semplice verità aggiunge un'ulteriore offesa alla tragedia.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|