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07 giugno 2026
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Il piccolo partigiano
di Rinaldo Battaglia *

Pochi forse conoscono oggi il nome di Roberto Di Ferro. Era nato a Malvicino, in provincia di Alessandria, il 7 giugno 1930. Oggi avrebbe compiuto 96 anni. Avrebbe.

Con la famiglia da bambino si trasferì ad Albenga, dove iniziò a lavorare giovanissimo per aiutare la famiglia. Come era tipico di allora. Dopo l'8 settembre '43, a 13 anni e 3 mesi, si unì ugualmente malgrado l'età ad una formazione partigiana sull’Appennino Ligure. Gli venne assegnato il nome di “Baletta”. Inizialmente venne usato come 'staffetta' di comunicazione. Ma sebbene fosse un ragazzino dimostrava il coraggio di un uomo maturo.

Chiese, infatti, di iniziare a combattere in prima linea al fianco dei suoi compagni, proprio nel momento in cui per i partigiani le cose nell'inverno '44 si stavano mettendo male, soprattutto causa le spie e i delatori fascisti che operavano con successo in società coi nazisti.

E fu guarda caso per colpa di un delatore che il gruppo in cui operava 'Baletta' venne sorpreso in un’imboscata. Una delle tante. Dopo aver a lungo resistito, 10 partigiani furono arrestati a Pieve di Teco in un giorno di primavera, dell'ultima primavera di guerra (il 27 marzo 1945). Fra i dieci c’era anche Roberto. Vennero tutti accompagnati in municipio, dove i nazisti per ore cercarono di estorcere informazioni preziose con ogni mezzo, soprattutto con estrema violenza sul ragazzo. Era giovane, poco più di un bambino: erano certi che sarebbe presto caduto e dato nomi, luoghi, dettagli utili. Ma si sbagliarono di grosso. Roberto li deluse, fascisti e nazisti.

Quel bambino coraggioso venne così ucciso con un colpo di pistola alla nuca all’alba del 28 marzo. In risposta ai partigiani che avevano proposto uno scambio con due ufficiali nazisti loro prigionieri, decisero di crocifiggere il giovane 'Baletta', come esempio per tutti. Si racconta che prima di esser ucciso ai suoi assassini disse: «Uccidetemi, i miei compagni mi vendicheranno». Quel giorno non aveva ancora 15 anni. Il fascismo è stato anche questo.

Essere partigiani e morire a 14 anni, neanche 15 per chi? Per cosa?

Un giorno un giovane scrisse in poche righe l’essenza della nostra guerra civile o, se preferite, della Resistenza: “Dietro il milite delle Brigate nere più onesto, più in buonafede, più idealista, c'erano i rastrellamenti, le operazioni di sterminio, le camere di tortura, le deportazioni e l'Olocausto; dietro il partigiano più ignaro, più ladro, più spietato, c'era la lotta per una società pacifica e democratica, ragionevolmente giusta, se non proprio giusta in senso assoluto, chè di queste non ce ne sono”.

Quel giovane si chiamava Italo Calvino e all’8 settembre ‘43 aveva anche lui non ancora 20 anni, pochi mesi dopo per sfuggire alla leva di Graziani e non esser arruolato con la forza nei ranghi della Repubblica di Salò salì in collina e divenne partigiano, tra il basso Piemonte e la Liguria. Le sue parole pertanto vengono dal ‘di dentro’ non per ‘aver sentito dire’ e rappresentano ‘la differenza’ tra l’esser stato partigiano e l’esser stato fascista, dopo l‘8 settembre 1943. Perchè le due cose erano (e sono tuttora) all’opposto, una escludeva l’altra, anzi una combatteva l’altra per rimanere viva.

Perchè sin da subito, pochi pochissimi giorni dopo l’8 settembre, quella differenza fu chiara a chi voleva vedere e capire. Peccato che oltre 80 anni dopo molti non lo abbiamo ancora capito.

7 giugno 2026 – 96 anni dopo dopo – Liberamente tratto dal mio ‘Il tempo che torna indietro – Seconda Parte” - Amazon – 2024

* Coordinatore Commissione Storia e Memoria dell'Osservatorio


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