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Grazie a lei
di Cassiopea
L’informazione è ciò che i fascisti mettono nelle teste vuote della gente per tenerle vuote.
Sotto una valanga ininterrotta di comunicazioni insignificanti, io so dove trovare le informazioni che mi interessano.
Seduta al tavolino del Bar Nori. In borgata da me.
Il bello di star seduto ad un tavolino metallico del "Bar Nori" è che mi sento un perfetto estraneo in mezzo ad estranei, senza alcun desiderio di voler essere altro.
Solo che ho scoperto che al Bar nessuno conosceva (perché ovviamente nessuno lo aveva visto) quello spot con cui Meloni e i fascisti di Fratelli d’Italia hanno scelto di celebrare gli ottant’anni della Repubblica e del suffragio femminile.
Ho scoperto l'esistenza dello spot dai (cari) amici di facebook.
E, per non farmi mancare niente, l'ho anche visto.
Ho trovato nello spot qualcosa di profondamente illuminante, ridicolo, spassoso, e allarmante e minaccioso e raccapricciante, insieme.
Siamo nel ’46, anno storico per il voto alle donne italiane, ma la protagonista è svogliata, preferisce rammendare i calzini del marito, lui sì, il “maschio illuminato”, che con un paternalismo insopportabile la convince a recarsi al seggio.
Ci vuole (e si vede bene nello spot) il maschio pedagogico che accompagna la donna verso la democrazia, come se fosse una bambina un po’ tonta da convincere ad andare all’asilo. Meraviglioso.
Uno spot che comincia con un maschilismo da manuale, che ignora storicamente quanti uomini ostacolarono questo diritto fondamentale. Poi, nella notte, ecco la visione salvifica: le appare in sogno Giorgia Meloni che giura al Quirinale.
(Non sto scherzando).
La donna si sveglia di soprassalto e corre a votare.
Uno spot imbarazzante, cringe, degno di uno sceneggiatore fuori di testa. Uno sceneggiatore che attacca il padrone dove vuole l'asino. Questa poveretta dunque, si sveglia illuminata dal sogno di Meloni e corre al seggio, seguita da una serie di donne stereotipate peggio di lei.
Pare evidente, a questo punto, che il suffragio femminile per lo spot e per i fascisti non sia il risultato di lotte, rivendicazioni, resistenze, trasformazioni sociali, battaglie civili e politiche. No, era solo il trailer lungo settantasei anni che serviva a tirare la volata all’arrivo di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.
Meloni non lo sa ma partire dagli antichissimi poemi greci, come l’Odissea, il suo spot (il faretto) si articola in 3 macro-fasi: l’avvio della vicenda nel mondo ordinario, dove un evento catalizzatore rompe l’equilibrio e innesca l’avventura; le prove nel mondo straordinario, dove il protagonista, supportato da alleati, sogni, segni, visioni e desideri affronta ostacoli e antagonisti, conquistando infine il suo obiettivo (ricchezze, potere, amore, conoscenza, Meloni) il ritorno all’ordinario, a cui l’eroe giunge trasformato, portando con sé le lezioni apprese.
Questa struttura narrativa richiama la suddivisione aristotelica dell’atto drammatico in 3 fasi: introduzione, confronto con un ostacolo o problema, risoluzione, con lo scioglimento della tensione narrativa al raggiungimento del suo apice (climax).
E infatti fulmineamente nello spot, tutto il patrimonio collettivo, politico, culturale, plurale, sofferto, delle donne e delle loro conquiste viene qui distillato in un’unica, folgorante (e grottesca) moral of the story.
Le donne ce l’hanno fatta perché, in fondo, stava arrivando lei, Giorgia.
il melonismo non è un movimento politico, è la malattia di una società in decomposizione. Non ce ne libereremo mai.
l melonismo nasce da un salto populistico di Fratelli d’Italia, ma oggi non è un movimento populista, è piuttosto la malattia di un movimento populista che a suo tempo non è stato sufficientemente valutato e combattuto.
Non occorre essere forti per affrontare il fascismo nelle sue forme pazzesche e ridicole: occorre essere fortissimi per affrontare il fascismo come normalità, come codificazione, direi allegra, mondana, socialmente eletta, del fondo brutalmente egoista di una società.
(Pier Paolo Pasolini)
 
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