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Il silenzio degli innocenti
di Elisa Fontana *
Ho aspettato alcuni giorni prima di scrivere qualcosa sull’orrore dei fatti di Bordighera, dove tre bambine hanno vissuto al di fuori di ogni contesto passabilmente umano e una di loro, a soli due anni, è morta fra violenze e sevizie inaudite cagionate dalla madre e dal suo convivente.
Ho dovuto aspettare per fare sedimentare l’orrore, la rabbia, la pena enorme per queste tre bambine, per il calvario che la più piccola ha dovuto subire fino alla liberazione della morte.
E no, non ho niente da dire che non sia già stato detto su quei due individui che hanno avuto potere di vita e di morte su queste bambine. Cosa mai potrei dire di nuovo o di diverso o di originale di fronte all’orrore puro? No, vorrei solo fare alcune notazioni che non so nemmeno se definire di costume, etiche, politiche, nel senso della polis, della comunità che tutti dovrebbe contenerci.
L’orrore di queste tre bambine non è certamente il primo. I maltrattamenti sui minori sono come un fiume carsico che si inabissa e poi, via via, torna a galla, quando un altro caso esplode perché arrivano i carabinieri o l’ambulanza e, insomma, non si può più sopire. Ma il fiume continua a scorrere imperterrito.
E mentre io scrivo, mentre voi leggete quanti bambini nel silenzio delle loro case vengono picchiati, seviziati, abusati? E quanti di loro urlano, si dibattono, portano addosso visibili i segni delle violenze? Il silenzio in questi casi è relativo, le botte fanno rumore, i colpi lasciano segni, le violenze lasciano comportamenti ben precisi ed individuabili.
Ma, immancabilmente, quando scoppia il caso eclatante in genere è un coro di “nessuno si è accorto di niente, andavano in giro sempre ben vestite e ordinate, nessuno avrebbe mai pensato”. Insomma, l’equivalente del “salutava sempre” davanti ai più efferati assassini. Anche in questo caso non c’è stata eccezione, il copione è stato rispettato, come se le botte alla piccola Beatrice fossero avvenute con il silenziatore e non avessero lasciato alcun segno.
Ora, intendiamoci, non voglio colpevolizzare nessuno, né pretendere che le persone si trasformino in occhiuti investigatori, ma a me salta all’occhio un atteggiamento diametralmente opposto che ci ha visto tutti protagonisti qualche mese fa, quando le vicende della famiglia del bosco sono apparse più importanti delle guerre in corso, sono state usate per delegittimare magistrati, psicologi e assistenti sociali, in una isteria collettiva e un opportunismo politico davvero deflagranti.
In quel caso tutte le persone normali, i vicini di casa, tutti si sono sentiti in dovere di intervenire, dire la loro, pretendere indagini, trovare soluzioni, salvaguardare i bambini.
Ecco, paragonate ora quel frastuono indecoroso con il silenzio di marmo che ha avvolto la breve vita di Beatrice e, prima di lei di mille altri bambini, lasciati per una settimana nella culla con un solo biberon, o picchiati regolarmente, o sbattuti nel muro.
Paragonate e chiediamoci poi onestamente se i commenti che si sentono ad ogni nuova tragedia non siano il frutto di una indigeribile ipocrisia che serve ad occultare che la massima attenzione che poniamo a queste storie dura al massimo 48 ore, poi le digeriamo velocemente, tornando al nostro usuale tran tran, magari occupandoci della famiglia del bosco che ci permette di dividerci in tifoserie, ma ai fini pratici non disturba nessuno e ci fa sentire tutti cittadini a pieno titolo.
* Coordinatrice Commissione Politica e Questione morale dell'Osservatorio
 
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