Osservatorio sulla legalita' e sui diritti
Osservatorio sulla legalita' onlusscopi, attivita', referenti, i comitati, il presidenteinvia domande, interventi, suggerimentihome osservatorio onlusnews settimanale gratuitaprima pagina
04 giugno 2026
tutti gli speciali

Se uccidere non costituisce un problema
di Emma Buonvino

Domanda morale: che cosa accade a una società quando l'uccisione di esseri umani smette di essere percepita come un problema?

La tesi centrale non è tanto la crudeltà del singolo soldato, quanto il rischio che la crudeltà diventi un comportamento normalizzato da un contesto politico, culturale e morale.

Sulla questione dei soldati che sparano dietro ad un video, però, è importante mantenere prudenza: senza una verifica indipendente (di vari video pubblicati da militari che fanno vedere il momento in cui sparano con i droni o i missili telecomandati) non possiamo sapere con certezza se le scene siano esattamente quelle descritte.

Possiamo invece riflettere sul significato simbolico che i testi sotto le immagini o i video pubblicati durante la guerra di Gaza abbiano effettivamente documentato numerosi casi di soldati che hanno diffuso contenuti umilianti o celebrativi della distruzione.

Quanto alla guerra "dietro uno schermo", questo è uno degli aspetti più discussi dagli studiosi contemporanei.

Nelle guerre del passato chi uccideva vedeva direttamente il volto dell'altro, ne percepiva la paura, il sangue, le conseguenze immediate delle proprie azioni. Oggi una parte crescente della guerra viene combattuta attraverso droni, immagini satellitari, sensori, algoritmi e monitor. Il bersaglio rischia di trasformarsi in un punto luminoso, una sagoma termica, una coordinata.

Molti filosofi e sociologi sostengono che questa distanza tecnologica possa ridurre l'empatia. Non perché i soldati diventino automaticamente più crudeli, ma 9perché la vittima scompare dalla percezione sensoriale immediata. La morte viene mediata da uno schermo.

Il sociologo Zygmunt Bauman parlava di una modernità in cui la distanza burocratica e tecnica permette agli individui di partecipare a processi distruttivi senza confrontarsi direttamente con le conseguenze umane delle proprie azioni. Non scriveva dei droni, ma il ragionamento viene spesso applicato anche alle guerre contemporanee.

Paradossalmente, però, la distanza non protegge sempre chi combatte.

Le ricerche sui piloti di droni statunitensi mostrano che alcuni sviluppano forme di stress psicologico 0significative. Osservano per ore le persone che sorvegliano, assistono agli effetti degli attacchi e poi tornano a casa la sera. Non vivono il pericolo fisico del fronte, ma possono comunque essere esposti a immagini traumatiche ripetute.

Nel caso israeliano, inoltre, esiste una letteratura crescente sul trauma morale (moral injury): il danno psicologico che può nascere quando una persona percepisce di aver partecipato, assistito o contribuito ad azioni che entrano in conflitto con i propri principi morali.

Non tutti i militari ne soffrono, naturalmente. Le reazioni sono molto diverse da individuo a individuo. Ma diversi veterani israeliani hanno raccontato sentimenti di colpa, dissociazione, depressione e difficoltà a reinserirsi nella vita civile dopo il servizio nei Territori Occupati o nelle operazioni militari.

Un'associazione spesso citata in questo contesto è Breaking the Silence, che raccoglie testimonianze di ex soldati sulle pratiche dell'occupazione e sulle conseguenze morali che esse hanno avuto su chi vi ha preso parte.

E quindi mantenendo focus sulla guerra con uso di droni colpisce sempre di più un aspetto della guerra contemporanea: la distanza.

Non soltanto la distanza geografica tra chi colpisce e chi viene colpito, ma quella morale che può aprirsi quando la vittima scompare dietro uno schermo. Se davvero esistono persone capaci di osservare dei bambini che nuotano e provare soddisfazione all'idea di una bomba che sta per cadere su di loro, il problema non è soltanto la crudeltà individuale. È il mondo che ha reso possibile quella crudeltà.

Nelle guerre di oggi si può uccidere seduti davanti a un monitor. Il bersaglio non ha più un volto, una voce, una storia. Diventa una sagoma, un pixel, una coordinata. La tecnologia promette precisione, ma può anche produrre una pericolosa anestesia morale.

Eppure nessuna tecnologia elimina completamente la responsabilità. Dietro ogni schermo continua a esserci una scelta umana. Dietro ogni comando, ogni lancio, ogni esplosione, c'è qualcuno che decide.

Per questo non riesco a vedere certe immagini come il frutto di una semplice devianza individuale. Quando la violenza viene esibita, condivisa e celebrata pubblicamente, il problema non riguarda più soltanto chi la compie. Riguarda la cultura che la tollera, la giustifica o la trasforma in normalità.

I bambini di Gaza, come tutti i bambini del mondo, cercano ancora di giocare, nuotare, ridere e vivere. Forse la misura più autentica della nostra umanità consiste proprio nella capacità di riconoscere la loro vita come preziosa quanto la nostra. Quando questa capacità si perde, il danno non riguarda soltanto le vittime. Riguarda anche chi ha smesso di vedere esseri umani davanti a sé.

Qualche lettura utile:

• Modernity and the Holocaust — sul rapporto tra modernità, burocrazia e violenza organizzata.
• On Killing — analizza i meccanismi psicologici dell'uccisione in guerra.
• The Internationalists — sui processi di brutalizzazione nei conflitti moderni.
• The Body Keeps the Score — fondamentale sul trauma.
• Achilles in Vietnam — uno dei testi classici sul trauma morale dei combattenti.
• Judith Butler, Frames of War — riflessione su quali vite vengano considerate degne di lutto e protezione.
Sono testi molto diversi tra loro, ma tutti affrontano una domanda comune: come può una società arrivare a considerare normale ciò che, in altre circostanze, giudicherebbe intollerabile?

È una domanda difficile, ma credo sia importante porsela.

VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA


per approfondire...

Dossier diritti

_____
NB: I CONTENUTI DEL SITO POSSONO ESSERE PRELEVATI
CITANDO L'AUTORE E LINKANDO
www.osservatoriosullalegalita.org

°
avviso legale