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04 giugno 2026
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La capitale morale russa
di Francesco Dall'Aglio *

San Pietroburgo, capitale zarista e città natale di Putin: un simbolo russo nel mirino di Kiev - di Enrico Franceschini

Franceschini, profondissimo conoscitore della Russia (pensa quanto poco ne sapremmo senza le sue spiegazioni) considera giustamente che l'attacco di ieri a San Pietroburgo abbia un alto valore simbolico, perché va a colpire una città che è la capitale zarista e, soprattutto, la città natale di Putin.

Franceschini però, distratto da tutte le cose che sa, ne dimentica una forse non trascurabile: per i russi San Pietroburgo è certamente l'antica capitale, ma è soprattutto Leningrado, la città dove è morto di fame, stenti e malattie circa un milione di civili per deliberata decisione della Germania e con l'assenso e la complicità della Finlandia.

Un milione, bada bene, giusto perché alla fine l'assedio è stato rotto e perché i sovietici sono riusciti ad evacuare 1.700.000 persone, perché il piano originario era molto più ambizioso (FUN FACT: forse non tutti sanno che anche l'Italia ha dato il suo contributo, pur se minoritario, mandando quattro MAS per intercettare i rifornimenti che i sovietici facevano passare dal lago Ladoga. Come al solito siamo i primi a non riconoscere le nostre eccellenze).

Ecco, è per questo che è "un simbolo russo", non perché ci è nato Putin (se è per questo ci è nato anche suo fratello Viktor, morto a due anni durante l'assedio, probabilmente di difterite. Franceschini sicuramente lo sa).

Ed è questa città, questo "simbolo russo", per i motivi descritti sopra e non per quelli elegantemente segnalati da Franceschini (in un altro articolo sempre su Repubblica Di Feo, che certo non vuole restare indietro dopo aver guidato per tanti anni la carica, ci ha messo in mezzo pure Kronstadt, ma anche lui stranamente ha dimenticato Leningrado) che per una incredibile e certamente non pianificata coincidenza è stata attaccata proprio il giorno in cui a Kiev sono andati in "visita a sorpresa" Rutte e, per la prima volta dall'inizio del conflitto, l'intero North Atlantic Council, ovvero la parte della NATO che prende realmente le decisioni.

Perché certo, i dolorosi, umilianti droni su San Pietroburgo costringeranno Putin al dialogo, ovvero alla resa.

Chissà se qualcuno di loro si è letto i diari di Jünger, sulla questione del rapporto tra Russia e dolore. Dobbiamo chiedere a Franceschini.

* Esperto di lingue e culture dell'Europa Orientale, Componente del Comitato Scientifico dell'Osservatorio


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