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03 giugno 2026
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Che Repubblica siamo diventati?
di Elisa Fontana *

Giorgia Meloni ha confidato al forzista Mulè di aver indossato le sneakers alla cerimonia del 2 giugno perché “vuole stare comoda”, ma a me il problema pare davvero un altro.

Già un’altra volta Giorgina era apparsa munita di irridenti sneakers per salire all’Altare della patria. Era il 25 aprile e l’altro giorno era la festa della Repubblica.

No, Giorgina, non è che vuoi stare comoda, prova ne siano gli abituali tacchi 12 che sfoggi in ogni occasione, ma è che proprio non sai come manifestare l’insofferenza e persino il disprezzo per queste liturgie repubblicane.

Vorresti essere mille miglia lontana dalle celebrazioni di una Repubblica nata dalla Resistenza, dall’abbattimento di un regime dittatoriale e sanguinario a voi così caro, dalla volontà di girare pagina della storia ed entrare nel mondo civile, dove anche il figlio dell’operaio poteva aspirare ad una laurea.

No, il tuo era un messaggio chiarissimo alla base, a quella di Colle Oppio, dei campi Hobbit, a Casapound, Forza Nuova, a tutti i camerati, insomma: sono necessariamente presente, ma delle loro celebrazioni me ne frego, come se fossi al picnic di Pasquetta. E in questa cornice si può leggere quella frase detta sempre il 2 giugno ai cronisti: “Dopo 80 anni dobbiamo chiederci che Repubblica vogliamo essere domani”.

Domanda legittima, ma che assume un suono inquietante se vediamo non le parole, ma alcuni fatti fin qui sciorinati senza nascondersi e senza ritrosia alcuna. Meloni ha cominciato vagheggiando una riforma del premierato, in cui il nome del premier fosse già contenuto nella scheda elettorale, esautorando di fatto i poteri che la Costituzione attribuisce al presidente della Repubblica, soprattutto quello dello scioglimento delle Camere.

Ha continuato portando avanti in prima persona il picconamento della separazione dei poteri in una chiarissima riforma costituzionale che avrebbe posto la magistratura fuori dall’alveo della sua indipendenza. Ma per prima cosa ha sponsorizzato quella autonomia differenziata che avrebbe spezzato di fatto l’unità della nazione, sottolineando ancora di più le diseguaglianze territoriali e disegnando un Paese a due o più velocità.

Per cui, cara Giorgina, per rispondere alla tua domanda, noi sappiamo benissimo che Repubblica vorresti tu domani, una repubblica in cui ci fosse un presidente dedito a tagliare innocui nastri e a curare l’immagine del nostro Paese all’estero, un premier eletto direttamente dal popolo, effettivo padrone del vapore, con il potere di vita e di morte sul Parlamento potendo sciogliere a piacimento le Camere e circondato da una magistratura a cui a inizio anno si comunicano i reati da perseguire e quelli da trascurare.

Ecco, è chiarissima la Repubblica del futuro che vorresti, perché quella del presente ti è stata al momento stoppata bruscamente dalla Corte Costituzionale e dal voto popolare. E questo dovrebbe anche farti capire che tipo di Repubblica vogliamo noi essere domani, esattamente ai tuoi antipodi, perché, sai, siamo abbastanza affezionati alla nostra Costituzione che, nonostante tutto, ci ha regalato 80 anni di libertà.

Un ultimo suggerimento amichevole. Quando decidete di fare uno spot sul voto femminile e prendete una donna indecisa se andare a votare il 2 giugno del 1946, studiate meglio la storia. Avete ambientato la storiella in una Italia leccata, pulita, con la tavola della famigliola apparecchiata con tovaglia immacolata e piatti di porcellana, la protagonista che va a passeggio e compra mazzi di fiori da portare a casa.

Ecco, il 2 giugno del 1946 l’Italia era ancora in macerie, ma proprio fisiche, in mezzo alle strade, il cibo era razionato, le donne andavano al mercato nero a cercare qualcosa da mangiare e da mettere a tavola, dove non c’erano tovaglie ben stirate e i piatti erano fra le varie ed eventuali. C’era una nazione distrutta e un popolo calpestato e sfinito.

Cos’è, vi vergognavate a mostrare come avevate davvero ridotto l’Italia e gli italiani il 2 giugno del 1946? E quella donna, così splendente ed elegante che si sveglia nel cuore della notte perché ha sognato Meloni che presta giuramento al Quirinale e corre al seggio gridando “forse il futuro ha bisogno di noi”, è subito Istituto Luce.

Ma questo sarebbe il meno. Scrivere nei sottotitoli finali “iniziativa per favorire la partecipazione attiva delle donne in politica” è quantomeno indecente, considerando che nella nuova legge elettorale che state presentando si infila un listone bloccato nazionale senza alcuna alternanza di genere.

Un po’ di vergogna mai?

* Coordinatrice Commissione Politica e Questione morale dell'Osservatorio


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