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I frutti dell'albero
di Emma Buonvino
Ho letto l'articolo di Gad Lerner sul rischio di fascistizzazione della società israeliana. È un testo che contiene denunce importanti, ma che a mio avviso resta prigioniero di un limite fondamentale.
Fin dal titolo emerge una domanda: chi deve essere salvato? La risposta implicita è Israele. Non i palestinesi, non le vittime di decenni di occupazione, discriminazione e violenza, ma lo Stato israeliano e la sua crisi morale.
È qui che vedo il problema principale. I palestinesi compaiono soprattutto come oggetto del racconto, come sfondo della tragedia israeliana. Sono coloro che subiscono, ma raramente coloro che parlano, agiscono, interpretano la propria storia. Anche quando vengono riconosciute le loro sofferenze, queste finiscono per essere utilizzate come misura del degrado morale di Israele, più che come questione di giustizia in sé.
Lerner descrive il fascismo israeliano come una deriva recente, una caduta rispetto a un passato diverso e migliore. Ma davvero tutto inizia con Netanyahu, Ben-Gvir o i coloni più estremisti? Oppure siamo di fronte all'evoluzione di una struttura molto più antica, che affonda le sue radici nella storia stessa del conflitto e nella lunga subordinazione del popolo palestinese?
Quando si parla di "deriva" si rischia di trasformare un problema strutturale in un incidente di percorso. E quando si sceglie il punto da cui inizia la storia, si sceglie anche chi deve rispondere delle sue conseguenze.
Un altro aspetto che mi colpisce è la differenza di attenzione tra il presente e il futuro. Da un lato si teme una possibile guerra civile israeliana; dall'altro, la devastazione di Gaza appare quasi come uno sfondo già acquisito. Eppure migliaia di persone stanno vivendo oggi fame, distruzione e morte. Ciò che potrebbe accadere domani suscita più allarme di ciò che accade adesso.
Anche la fiducia riposta nei settori liberal e pacifisti israeliani mi lascia perplessa. Per decenni queste correnti sono state presentate come la promessa di un cambiamento imminente, ma nel frattempo gli insediamenti sono cresciuti, l'occupazione si è consolidata e la situazione dei palestinesi è peggiorata. Forse il problema non è soltanto l'assenza di una soluzione, ma l'incapacità di mettere realmente in discussione le fondamenta del sistema.
Infine, non credo che la negazione della realtà sia soltanto una questione psicologica. Non è solo il risultato della paura, del trauma o dell'attaccamento identitario. È anche il prodotto di narrazioni politiche, apparati mediatici, interessi istituzionali e rapporti di potere che contribuiscono a definire ciò che può essere visto e ciò che deve rimanere invisibile.
Per questo considero insufficienti le analisi che denunciano gli eccessi del presente senza interrogarsi sulle loro radici. Vedere il fascismo che emerge è necessario. Chiedersi da dove provenga è indispensabile.
Altrimenti si rischia di criticare i frutti continuando a ignorare l'albero che li ha prodotti.
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