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Gaza: consapevolezza e partecipazione
di Emma Buonvino
In questi giorni mi trovo a pensare che uno dei rischi più grandi del nostro tempo sia confondere la consapevolezza con la partecipazione. Vediamo tutto, sappiamo quasi tutto, eppure questo non ci rende automaticamente più vicini alla sofferenza degli altri.
Mi capita di chiedermi se, davanti a tragedie di enormi proporzioni come la causa palestinese, la mente umana non cerchi spontaneamente dei modi per proteggersi. A volte lo fa rifugiandosi nell'analisi infinita, altre nel dubbio permanente, altre ancora nell'indifferenza. Sono atteggiamenti diversi, ma hanno qualcosa in comune: permettono di mantenere una certa distanza emotiva da ciò che accade.
Personalmente penso che la complessità sia fondamentale per comprendere il mondo. Diffido delle spiegazioni semplici. Tuttavia credo anche che esista un momento in cui la complessità smette di essere uno strumento di comprensione e rischia di diventare un luogo in cui nascondersi.
Se ogni fatto viene continuamente rimandato a un contesto più ampio, a una sfumatura ulteriore, a una precisazione aggiuntiva, si corre il rischio di perdere di vista la realtà concreta delle persone che soffrono.
Anche il dubbio, che considero una delle qualità più importanti del pensiero umano, può trasformarsi nel suo contrario. Il dubbio dovrebbe servire a cercare la verità, non a evitarla. Quando diventa una sospensione infinita del giudizio, finisce per assomigliare più alla paura di esporsi che alla volontà di capire.
C'è poi un aspetto che mi colpisce particolarmente: la nostra capacità di abituarci a tutto. Ogni giorno scorrono davanti ai nostri occhi immagini che, prese singolarmente, avrebbero sconvolto intere generazioni. Eppure continuiamo la nostra giornata quasi senza accorgercene.
Non penso che questo avvenga per cattiveria. Credo piuttosto che sia uno dei limiti della condizione umana: non siamo fatti per sostenere continuamente il peso del dolore del mondo. Ma riconoscere questo limite non significa accettarlo senza interrogarci.
La questione che mi sembra più importante è quella della responsabilità. Non credo che ogni persona debba diventare un attivista o avere una risposta pronta per ogni conflitto. Però penso che esistano momenti storici in cui il rifiuto di prendere qualsiasi posizione rischia di trasformarsi in una forma di rinuncia morale. Non perché sia obbligatorio schierarsi in modo acritico, ma perché esiste una differenza tra il riflettere e il sottrarsi.
Alla fine, ho una domanda che considero universale: quanto delle nostre convinzioni nasce da una ricerca sincera della verità e quanto, invece, dal desiderio di proteggerci da ciò che la verità potrebbe chiederci di fare? È una domanda scomoda, e forse proprio per questo vale la pena continuare a porsela.
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