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01 giugno 2026
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Quel filo sottile che lega Pedro Sánchez a Federico García Lorca
di Daniela Igliozzi

Ogni effetto ha la sua causa.

Federico García Lorca. Poeta, drammaturgo, musicista, regista, disegnatore, conferenziere, ma per i falangisti "el de la cabeza gorda" che conduceva una "vida privada repugnante"; la "espia de los rusos"; il "rojo asqueroso" (schifoso); l'autore di "obras subversivas" che faceva più danno "con la pluma que otros con la pistola"; "el enemigo peligroso de la España Nacional" che per primo sottoscrisse il Manifesto dei 300 a favore del Frente Popular; che partecipava a incontri repubblicani e antifascisti a sostegno degli operai e dei diritti civili venne prelevato dagli Squadroni della Morte e rinchiuso in una cella dove per tre giorni e tre notti gli impongono di bere "café, mucho café" secondo la procedura abituale in vista di ogni esecuzione.

Cosa che avvenne nella notte d'agosto tra il 18 e il 19 del 1936.

Era stato braccato per giorni per essere infine localizzato in casa di amici, i Rosales, che gli avevano offerto rifugio e dove lui passava il tempo suonando il piano, leggendo, e raccontando dei suoi viaggi alle donne della casa. L'edificio venne circondato da guardie, poliziotti. Uomini armati salirono sul tetto nel caso il poeta avesse deciso di fuggire per quella improbabile via e venne prelevato.

Aveva 38 anni. Tra i primi, seppur già numerosissimi (tra cui proprio quella stessa notte il Nonno del futuro Presidente Zapatero il cui Testamento Morale il Presidente conserverà sotto il vetro della sua scrivania alla Moncloa) di quella Guerra Civile iniziata col Colpo di Stato di Francisco Franco annunciato attraverso Radio Valencia il 10/7/36 sovvertendo il risultato delle elezioni vinte dalle sinistre il 16/2/36. Prontamente Mussolini inviò armi come da accordi segreti presi a Palazzo Venezia il 31 Marzo 1934 alle ora 16.

Tre anni di sanguinosa guerra civile combattuta con grande ardore e estremo coraggio dal Popolo spagnolo (mentre Papa Pio XI, 1° sovrano del nuovo Stato della Città del Vaticano parlava di "odio veramente satanico dei repubblicani verso Dio") a cui si unirono tanti stranieri, da George Orwell a Simone Weil, che, addetta alle cucine, fu vittima di un tremendo incidente: una pentola d'olio bollente le si riversò su una gamba costringendola ad abbandonare il campo.

Tre anni che lasciarono il Paese nella più totale devastazione economica, militare, demografica: 700,000 vittime più tantissimi espatriati. Nel '39 con una legge apposita fatta da Nicolas, il fratello milittare di Franco, Francisco divenne, da Presidente del Consiglio che era, Capo di Stato a... vita. Morì placidamente nel suo letto nel 1975. (una legge simile alla Acerbo di Mussolini e forse al moderno Stabilicun. O Vivavil-um).

Con un Paese devastato e un esercito ridotto ai minimi termini Franco non poté entrare nella Grande Guerra, come fece entusiasticamente Mussolini. Sappiamo come andò.

Ma a guerra finita non ci fu nessuna "liberazione" per la Spagna, nessun Piano Marshall, non ci fu nessun "viaggio del pane". Intrapreso invece da De Gasperi nel '47 per chiedere cibo, materie prime e denaro per sfamare la popolazione ed evitare rivolte sociali. Al suo rientro De Gasperi formò un nuovo Governo estromettendo le sinistre che dovevano essere fermate: era la condizione per ricevere gli aiuti.

Da qui oggi il coraggio di Sánchez, che qualcuno ha chiamato "porcata", di dichiararsi contro Isr e la guerra che si vuole fare a tutti i costi contro la Russia perché si sa, la corda che lega tutti i fascismi è quella della stupidità.

"Amor de don Perlimplín con Belisa en su jardín "di Federico non andò in scena: la censura di Primo de Rivera ne vietò la rappresentazione perché Martinez Anido, capo della polizia, quando seppe che l'interprete di don Perlimplín - un ex ufficiale dell'esercito - doveva avere in una scena le corna sulla testa, rimase talmente sconvolto che esclamò: "¡Qué insulto al ejército español!".

Se in Europa c'è una voce dissenziente contro le sue decisioni scellerate lo dobbiamo a quel Popolo che insorse e combatté coraggiosamente la dittatura, e a tutti quei morti, tra cui Federico e il Capitano Juan Rodriguez Lozano, Nonno di Zapatero.

"(...) Narrando con tanta perizia la vitalità del Poeta, con citazioni di opere e episodi della sua vita, l'Autrice vuole forse ricordare agli attuali abitanti della terra, oppressi da strutture di potere ancora medievali e spietate, che la vita è ben altro da ciò che viene loro proposto e concesso. Daniela Igliozzi tenta di resuscitare i propri simili dalla loro morte esistenziale, attraverso la magia di versi concepiti e scritti da qualcuno che ha imparato non solo a vivere, ma anche a non morire. (...)" (Dalla Prefazione di Silvano Agosti).

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