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Pride e stella di David
di
Paolo Mossetti
Sempre per alcune mie tendenze autolesioniste provo a rimettere alcuni tasselli a posto sulla polemica culturale del momento, molto simile a quella che ha riguardato la Brigata Ebraica il 25 aprile. Ovvero la presunta esclusione dal Pride romano di Keshet Italia, un gruppo LGBT+ che raggruppa per lo più italiani di origine ebraica.
Keshet, per chi non lo sapesse, è una di quelle formazioni schierate per una difesa delle politiche israeliane da una prospettiva progressista che suona più o meno così: siamo per la pace, contro Netanyahu e contro Hamas, nel senso che Hamas dev'essere distrutto e se la società israeliana ci fa un favore tra qualche mese potrà eleggere qualcun altro, senza troppe pressioni o cattiveria nelle piazze. Insomma la stessa posizione di Sinistra per Israele.
Lo si può capire, oltre che dalle dichiarazioni dei suoi animatori, anche dall'attività social di questo gruppo minuscolo, dove vengono "taggati" per farsi amplificare, nomi del calibro di Parenzo, Tiziana della Rocca, il direttore del Riformista e Luigi Gilberti, Elisa Garfagna, che mesi fa era era candidata alle elezioni per la Federazione sionistica italiana con non so quale lista di destra, elezione alla quale possono votare ed essere eletti solo ebree-ebrei.
Ufficialmente però il Pride non ha escluso nessuno. Chiunque può partecipare. Quello che è stato negato è semmai l'utilizzo del carro principale, che richiede l'adesione a una sorta di manifesto politico dov'è prevista anche la condanna del "genocidio" in Palestina. Tralasciamo per un attimo la legittimità o meno di questo requisito. Il punto è che un requisito squisitamente politico è stato tradotto in requisito identitario.
Si veda la modalità con cui Keshet, approfittando di megafoni filogovernativi o del liberal-centrismo più maccartista quando si parla di Ucraina, ha riassunto la propria "cacciata" dal Pride - ossia come un gesto contro gli "ebrei" tout-court, con il solito gioco delle tre carte semantico.
Questo ci dovrebbe fare capire anche la natura provocatoria dell'operazione, in stile Brigata: cerco di impormi a una manifestazione politica con la mia identità, quelli ovviamente mi dicono di no, e io faccio partire un tam tam di indignazione per svilire l'intero movimento filopalestinese.
È una storia che si ripete. Nel 2024 l'ex presidente dell’Arcigay, Aurelio Mancuso, vicino politicamente a Keshet e a Sinistra per Israele, intervistato dal Tempo puntò il dito contro il Pride: «Ci sono dei documenti in cui viene esplicitato come non si vogliano bandiere israeliane».
La domanda è se quindi il problema sia solo il fatto che l'organizzazione del Pride romano abbia chiesto ai partecipanti di sottoscrivere un appello contro il "genocidio", o se si voleva cogliere quell'occasione per presentarsi con altri simboli.
Ha sbagliato il Pride a mettere nel suo programmi questi paletti, così vicini alle esigenze della sola sinistra radicale filopalestinese? È stupido avere una linea così rigida esposta alle trappole mediatiche? Se ne può discutere.
Ma c'è un problema concettuale a monte: le sfilate sono davvero *di tutti*, tipo una piazza o una autostrada statale, come vuole fare credere un certo centro "moderato" (che peraltro su altre guerre va sempre a caccia di nemici interni e convegni da censurare)? Oppure ci sono leggi non scritte e del buonsenso secondo cui le sfilate possono essere perimetrate e disegnate da chi le organizza e le protegge, e chi non è d'accordo può farsi la sua sfilata altrove in piena autonomia e sicurezza.
Da amico della resistenza ucraina, è una questione che mi ha fatto cadere le braccia proprio il 25 aprile, con tutta una serie di atteggiamenti infantili che si sono manifestati con la volontà di imporre bandiere ucraine (cioè di un Paese che a differenza della Palestina, del Libano o dell'Iran è già difeso e aiutato dal nostro apparato mediatico-militare, seppur non quanto basta) dentro segmenti di corteo che avevano dichiarato un diverso manifesto politico.
Un mese fa, quasi tutti i coordinamenti antifascisti avevano pubblicato appelli pubblici chiari, ossia sfilare con sole bandiere rosse, della pace e palestinesi. Era una regola concordata tra i soggetti organizzatori, resa pubblica: non era il massimo dell'incisività ma era comunque l’espressione dell’autonomia politica di movimenti che hanno tutto il diritto di definire il perimetro delle proprie manifestazioni. Regole pubbliche e scritte già applicate l’anno precedente, tra l'altro, per evitare tensioni.
Si può non concordare con l'impostazione politica di un corteo o di un carro, o con una certa chiusura ad altre istanze, ma scegliere di presentarsi con la propria bandiera in un certo spazio è un atto consapevole delle conseguenze che produce. Consapevole e ovviamente anche legittimo. Insomma, sia nel caso del 25 aprile che del Pride non mi pare si possa discutere di vittime involontarie, cacciate da uno spazio aperto a tutti, ma di protagonisti che compiono una legittima scelta conflittuale.
Sul fatto poi che le persone LGBT a Gaza verrebbero «buttate giù da un tetto», come rimarcano velenosamente alcuni attivisti di Keshet - peraltro vicini a quel Renzi che lavorava per l'Arabia Saudita e silenziosi sulle frasi antisemite nelle chat di Fdi, o sulla riabilitazione di collaboratori nazisti in Ucraina - stendiamo un velo pietoso: dovrebbe essere pieno compimento di una democrazia liberale vedere la gente mobilitarsi per cause riguardanti l'altro da sé, o persino l'opposto da sé.
Non bisogna aspettare che a Gaza i liberal 30-40enni vivano come che a Bologna per chiedere la statualità palestinese. La brutalità dei vietcong contro i collaboratori non impediva ai figli della nostra borghesia di contestare una catastrofica guerra imperialista. E così via.
Vedremo cosa dirà la legge sull'autonomia organizzativa del Pride. Ma intanto un po' di onestà intellettuale non guasterebbe.
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