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Il problema è la complicità
di
Tahar Lamri
Oggi è l'Eid El-Adha. Eid mubarak innanzitutto alle bambine, ai bambini, alle donne e agli uomini di Gaza, uno a uno, ai quali, per fortuna loro, delle polemiche italiane che li riguardano non sanno nulla. Eid Mubarak a tutti, e tanti auguri a tutti noi, che ne abbiamo bisogno.
Ma lasciamo da parte le polemiche nate dalle parole di Erri De Luca - alcune cose non vale nemmeno la pena di ignorarle, dice un proverbio austriaco - e parliamo di cose serie: cosa ha detto J.M. Coetzee.
Il Festival di Gerusalemme puntava su di lui: due Booker Prize, un Nobel, uno dei più grandi scrittori viventi. Coetzee ha scritto in novembre una lettera alla direttrice artistica Julia Fermentto-Tzaisler una lettera che in Italia quasi nessuno ha riportato, sommersa dal polverone su De Luca.
La riporto per intero, perché merita di essere letta: è la lettera con cui Coetzee comunica il suo rifiuto di partecipare al Festival:
(novembre 2025, pubblicata dal Guardian il 7 maggio 2026)
"Desidero indicare i motivi su cui baso la mia decisione.
Da due anni lo Stato di Israele conduce a Gaza una campagna genocida del tutto sproporzionata rispetto alla provocazione omicida del 7 ottobre 2023.
Questa campagna, condotta dall'IDF, sembra aver goduto dell'entusiastico sostegno della grande maggioranza della popolazione israeliana.
Per questa ragione non è possibile che alcun settore considerevole della società israeliana, inclusa la sua comunità intellettuale e artistica, sostenga di non dover condividere la responsabilità per le atrocità commesse a Gaza.
Fino a poco tempo fa Israele godeva di un ampio sostegno in Occidente. Mi annovererei tra questi sostenitori: continuavo a ripetermi che sicuramente sarebbe arrivato il giorno in cui il popolo israeliano avrebbe avuto un cambiamento di cuore e avrebbe garantito una qualche forma di giustizia al popolo palestinese, la cui terra aveva preso.
È stato in questo spirito che nel 1987 visitai Gerusalemme per ricevere il Jerusalem Prize.
La campagna di annientamento a Gaza ha cambiato tutto questo. I sostenitori di lunga data di Israele si sono allontanati con orrore di fronte alle azioni dell'esercito israeliano.
Ci vorranno molti anni perché Israele possa riabilitare il proprio nome - ammesso che lo desideri - e ristabilirsi nella comunità internazionale."
La risposta della direttrice al Guardian è altrettanto rivelatrice:
"Rispetto la decisione di Coetzee e apprezzo che abbia risposto. Allo stesso tempo, sono una donna ebrea-israeliana, una scrittrice e una direttrice di festival.
Vivo in una regione profondamente complessa segnata dal conflitto, e sono cittadina di un paese in guerra continua dal massacro del 7 ottobre.
È una guerra brutale e sanguinosa, piena di tragedia, e a mio avviso inevitabile. Eppure, in tutto questo, non mi arrenderò all'impasse.
Non smetterò di dirigere il festival, non smetterò di leggere e scrivere libri e certamente non i meravigliosi, ispiranti libri dello stesso Coetzee.
Non sono una politica, né una soldatessa. La letteratura è il mio strumento, e attraverso di essa combatterò per i miei valori liberali e democratici e per la libertà di espressione.
I boicottaggi e le sanzioni sono, ai miei occhi, uno strumento inefficace per cambiare la realtà - come vediamo continuamente - sebbene generino certamente titoli che fanno sentire soddisfatti di sé coloro che li impongono, e poco altro."
Fermentto-Tzaisler dice che i boicottaggi “generano titoli che fanno sentire soddisfatti di sé coloro che li impongono, e poco altro”.
È un argomento rispettabile. Ma Coetzee lo aveva già anticipato e smontato: il problema non è il boicottaggio come strumento è la complicità.
E la complicità non si dissolve partecipando a un festival. Si dissolve, semmai, con atti di dissidenza pubblica dall'interno.
Che dalla comunità culturale israeliana, in questi due anni, non si sono visti in misura sufficiente.
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