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26 maggio 2026
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Monarchie arabe non credono più nella protezione USA
di Leandro Leggeri

Secondo un’analisi pubblicata da Foreign Policy, la guerra contro l’Iran avrebbe prodotto una trasformazione strategica profonda nel Golfo Persico. Le monarchie del GCC — Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrein e Oman — starebbero traendo una conclusione molto chiara, anche se raramente espressa pubblicamente: l’Iran non ha perso la guerra sul piano strategico.

Teheran ha subito durissimi bombardamenti contro infrastrutture nucleari e militari, ha perso comandanti di alto livello e ha visto danneggiata parte delle proprie capacità convenzionali. Eppure è riuscita a chiudere per settimane lo Stretto di Hormuz, colpire infrastrutture energetiche e civili del Golfo con droni e missili, e dimostrare che persino gli alleati regionali degli Stati Uniti restano vulnerabili.

Per le monarchie del Golfo questa guerra avrebbe distrutto una convinzione centrale degli ultimi decenni: la vicinanza strategica agli Stati Uniti non garantisce più protezione assoluta. Nonostante centinaia di miliardi spesi in armamenti occidentali, droni iraniani e attacchi missilistici sono riusciti comunque a colpire aeroporti, hotel e infrastrutture petrolifere.

L’articolo sostiene che il conflitto abbia mostrato anche i limiti della deterrenza statunitense. Gli USA restano il principale partner militare della regione, ma le capitali arabe avrebbero ormai compreso che Washington può trascinarle dentro guerre regionali senza realmente proteggerle dalle conseguenze economiche e strategiche.

Per questo motivo il Golfo non starebbe abbandonando gli Stati Uniti, ma starebbe accelerando una politica di “hedging”: mantenere il legame militare con Washington, rafforzare i rapporti economici con la Cina, conservare canali con la Russia e allo stesso tempo cercare una gestione pragmatica del rapporto con Teheran.

L’analisi richiama inoltre il riavvicinamento saudita-iraniano mediato dalla Cina nel 2023, considerato oggi da molte monarchie del Golfo non un’anomalia ma un modello realistico di convivenza regionale. Un Iran indebolito ma ancora influente viene giudicato più gestibile di un collasso totale che potrebbe destabilizzare l’intero Golfo.

Anche il processo di normalizzazione con Israele avrebbe subito un duro rallentamento. Se da un lato le monarchie del Golfo hanno visto l’efficacia di parte delle tecnologie militari israeliane, dall’altro la vulnerabilità stessa di Israele agli attacchi iraniani e il peso politico della guerra a Gaza hanno reso molto più costoso, sul piano interno, un accordo con Tel Aviv.

La conclusione dell’articolo è netta: la guerra contro l’Iran non avrebbe rafforzato l’ordine regionale costruito dagli Stati Uniti dopo la Guerra Fredda, ma avrebbe accelerato la nascita di un Golfo più autonomo, più prudente e molto meno disposto a subordinare completamente la propria strategia agli interessi di Washington.

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