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26 maggio 2026
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Israele fa pressioni sulla Georgia per allontanarla dall'Iran
di Leandro Leggeri

Secondo quanto riportato da The Cradle, Israele avrebbe avviato una campagna diplomatica e mediatica sempre più aggressiva nei confronti della Georgia con l’obiettivo di spingere Tbilisi ad abbandonare la propria posizione neutrale verso l’Iran.

Al centro delle tensioni vi sarebbero alcuni gesti simbolici compiuti dal governo georgiano dopo l’inizio della guerra USA-Israele contro la Repubblica Islamica, tra cui l’illuminazione della torre televisiva di Tbilisi con i colori iraniani e l’invio di messaggi di cordoglio a Teheran.

Il rapporto sostiene che l’ambasciata israeliana in Georgia abbia criticato apertamente queste iniziative e stia esercitando forti pressioni sulle istituzioni georgiane affinché riallineino la propria politica regionale agli interessi strategici di Tel Aviv.

Secondo The Cradle, l’ambasciatore israeliano avrebbe ottenuto accesso diretto al Parlamento georgiano accusando pubblicamente l’Iran di essere coinvolto nell’operazione “Diluvio di Al-Aqsa” del 7 ottobre, senza che all’ambasciatore iraniano fosse concessa la possibilità di replicare nella stessa sede.

La Georgia sta cercando di mantenere una posizione equilibrata tra aspirazioni euro-atlantiche e interessi economici regionali, che comprendono rapporti commerciali, turistici e diplomatici con Teheran e altri attori non occidentali.

Tuttavia, il paese si trova in una posizione geopolitica estremamente delicata, stretta tra le pressioni occidentali, la vicinanza russa e i nuovi equilibri regionali legati alla guerra contro l’Iran.

L’articolo collega inoltre questa offensiva diplomatica all’aumento senza precedenti del budget israeliano destinato alla cosiddetta “hasbara”, cioè la diplomazia pubblica e la comunicazione strategica internazionale, che secondo il rapporto avrebbe raggiunto i 730 milioni di dollari annui per il 2026.

Nel frattempo, diversi sondaggi internazionali mostrano un deterioramento dell’immagine globale di Israele, soprattutto dopo la guerra a Gaza e il conflitto con l’Iran.

Secondo i critici citati nell’articolo, il problema non sarebbe comunicativo ma politico e militare: nessuna campagna mediatica sarebbe in grado di compensare l’impatto delle operazioni sul terreno.

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