 |
Eletti
di
Rossella Ahmad
Non esistono eletti, a Gaza.
Noi pensiamo - come anche loro pensano, è una credenza squisitamente umana - che coloro che vediamo maggiormente, che sentiamo parlare, che narrano la vita dentro un genocidio credendo in questo modo di esorcizzare la morte, acquisiscano poi una sorta di immunità. Quasi che ad essi sia riservato un destino differente, privilegiato, rispetto ad altri.
Non è così, ovviamente. Ne abbiamo visti morire a dozzine. Volti ormai familiari che all'improvviso sparivano, risucchiati dalla voragine infernale che devasta Gaza. Provate solo per un attimo a pensare a cosa significhi vivere in uno stato di pericolo imminente e costante, una precarietà che riguarda i massimi sistemi: la tua stessa vita e quella dei tuoi cari.
Per chi ancora li abbia. La mente vacilla. Per continuare a vivere abbiamo bisogno di pensare ragionevolmente in termini di tempo, futuro, eternità. Che non esiste, ovviamente, ma fino a che siamo vivi ci sembra di sì.
E quindi ciascuno di noi porta sulle spalle il peso di infiniti morti - tantissimi ignoti ma con lo stesso valore simbolico dei volti conosciuti, dei nomi noti, dei sorrisi amati.
Esiste però un popolo eletto.
E mi rifaccio ad un testo letto ieri sera che sottolinea la metafora del popolo eletto esattamente come Naomi Klein sottolineava la metafora della terra promessa, concetti universali perché interiori e spirituali.
La metafora mi induce a credere che il concetto di popolo eletto, cioè meritevole e non superiore, si è realizzato nel popolo palestinese, che visita i prigionieri, che è caritatevole con le vedove e con gli orfani, che dà il benvenuto agli stranieri, che aiuta gli ammalati, che ama la giustizia e la misericordia.
Che riesce a conservare la sua vitalità ed il segno distintivo dell'umanità, che è la compassione, anche nelle circostanze più sfavorevoli.
Le parole di Jon Stewart, comico, regista, attore statunitense di varie ascendenze ashkenazite - un prisma identitario, le definisce lui - me lo ricordano ancora una volta, semmai lo avessi dimenticato. E come potrei.
"Sono cresciuto sentendo dire che i palestinesi sono terroristi, ma nessuno mi aveva mai detto che sarei andato lì e avrei incontrato una bambina di nove anni che mi avrebbe offerto del tè con un sorriso, mentre la sua casa era stata ridotta ad un mucchio di macerie.
Non mi era stato detto che avrei visto medici che corrono incontro ai bombardamenti dal cielo, non mi era stato detto che la fede, la fede vera, non è qualcosa che estirpi con slogan o bombe, ma qualcosa di cui sei testimone ininterrottamente.
Lo dico con chiarezza, non sono andato lì per un viaggio spirituale. Vi sono andato come ogni buon occidentale che visiti zone di guerra, con un distintivo stampa e un mucchio di sensi di colpa. Ma quando ho visto un uomo cullare il cadavere di suo figlio, baciargli la fronte e ringraziare Dio anche in quel momento, io non ho visto un terrorista.
Ho visto un titano. Un grattacielo spirituale. Qualcuno che ha una relazione con il soprannaturale tale da far sembrare la mia una brutta giornata su tinder.
Questa gente, che viene chiamata terrorista, è stata gentile con me, mi ha protetto, mi ha nutrito e non mi ha chiesto di convertirmi. Viveva semplicemente la sua fede, il suo islam.
Digiunava e nel contempo nutriva gli altri, pregava mentre le bombe cadevano, sorrideva mentre veniva massacrata e, nel mezzo della più brutale occupazione della storia contemporanea, diceva: la pace sia su di te".
E la pace sia con voi, e su di voi, in questo giorno di festa assente.
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|