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Teheran rafforzata dalla guerra e Netanyahu indebolito
di
Leandro Leggeri
FINE DELLA “DOTTRINA NETANYAHU”? LA GUERRA CONTRO L’IRAN RISCHIA DI RAFFORZARE TEHERAN
In Israele cresce la preoccupazione per i possibili sviluppi dell’accordo tra Stati Uniti e Iran, mentre emergono sempre più critiche contro Benyamin Netanyahu e la strategia portata avanti negli ultimi anni contro la Repubblica Islamica.
Secondo diverse ricostruzioni riportate dalla Reuters e riprese anche dalla stampa israeliana, Netanyahu avrebbe ammesso in colloqui privati la difficoltà di influenzare le decisioni di Donald Trump sul dossier iraniano. Un fatto significativo se si considera che Israele aveva avuto un ruolo decisivo nello spingere Washington verso l’attacco congiunto del 28 febbraio contro Teheran.
Il problema, dal punto di vista israeliano, è che la guerra non ha prodotto il risultato strategico sperato.
L’Iran ha subito danni pesanti ma non è crollato. Al contrario, è riuscito a mantenere capacità di pressione regionale attraverso la crisi dello Stretto di Hormuz, imponendo costi enormi all’economia globale e costringendo gli Stati Uniti a negoziare.
Sempre più analisti israeliani iniziano ora a parlare apertamente di “fallimento strategico”. Danny Citrinowicz, su Israel Hayom, sostiene che la guerra abbia paradossalmente reso l’Iran più radicalizzato e potenzialmente più pericoloso, rafforzando ulteriormente il peso politico della Guardia Rivoluzionaria.
Anche sul piano politico interno Netanyahu viene attaccato sia dall’opposizione centrista sia da quella più aggressivamente nazionalista.
Yair Lapid ha definito il possibile accordo con Teheran “un disastro”, accusando il governo di aver lasciato Israele fuori dal tavolo negoziale nonostante il conflitto sia stato in larga parte costruito proprio attorno alla minaccia iraniana.
Nel frattempo cresce il timore che Tel Aviv possa compensare il mancato risultato strategico contro Teheran intensificando ulteriormente le operazioni contro Gaza e Libano.
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