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26 maggio 2026
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Erri De Luca negava i crimini israeliani già vent'anni fa
di Alessandro Ferretti

L’allucinante intervista negazionista di Erri De Luca a Israel Hayom ha sorpreso molte persone, ma non tutte. Qualcuno sapeva di che pasta fosse fatto il tizio già da molto tempo, almeno dal 2006.

In quell’anno, a gennaio, ci furono infatti le famose elezioni legislative che videro la vittoria di Hamas e, come qualcuno ricorderà, la punizione internazionale scattò violentissima. Israele bloccò immediatamente il versamento delle tasse che riscuoteva per conto dell’autorità palestinese, creando un buco da 60 milioni di dollari al mese (circa la metà del totale delle entrate), e i democratici paesi europei sospesero tutti gli aiuti all’Autorità palestinese.

Le conseguenze furono immediate. Decine di migliaia di dipendenti pubblici palestinesi cominciarono a ricevere solo una parte dello stipendio, provocando un effetto a catena sulle loro famiglie. Centinaia di migliaia di persone si trovarono improvvisamente senza soldi per i bisogni primari.

Di più: dal 12 marzo 2006, il passaggio dei lavoratori palestinesi da Gaza verso il mercato del lavoro israeliano fu completamente interrotto, eliminando una fonte cruciale di reddito per altre migliaia di famiglie. Inoltre, i pagamenti a decine di migliaia di famiglie palestinesi classificate come “casi di indigenza” furono interrotti, privando le fasce più vulnerabili di ogni rete di sicurezza.

Il valico di Karni, principale punto di ingresso commerciale per Gaza, fu chiuso ripetutamente da Israele, causando il blocco delle esportazioni, carenze di cibo e carburante e di vari prodotti essenziali. Il Palestinian Trade Centre stimò perdite di entrate da esportazioni tra i 500.000 e i 600.000 dollari al giorno e al contempo il World Food Programme segnalò un rapido sostanziale aumento dei prezzi di beni di prima necessità come olio, farina e zucchero.

A Gaza, il tasso di disoccupazione salì dal 33% nel 2005 al 42% entro la metà del 2006, con punte ancora più alte tra i giovani. Entro la metà del 2006, a causa del blocco, quasi l’80% della popolazione di Gaza dipendeva dagli aiuti alimentari di UNRWA e del Programma Alimentare Mondiale per sopravvivere.

L’acqua veniva erogata per poche ore al giorno, e il sistema sanitario ovviamente collassò: centinaia di farmaci essenziali divennero introvabili, e pure materiali medici come siringhe, bende e mascherine. Inoltre, centinaia di pazienti non poterono più viaggiare verso Israele o altri paesi per trattamenti medici vitali a causa delle restrizioni ai permessi di uscita. Decine di essi morirono.

Ebbene: nel bel mezzo di queste atrocità, il 16 maggio del 2006, lo scrittore sensibile alle voci degli ultimi sentì il bisogno di impugnare la penna e scrivere la sua su questi orrori. Vi lascio qui il testo e una domanda: questo tizio, cinque anni dopo, cominciò lietamente a presenziare ai cortei e alle manifestazioni notav. Non sarebbe stato meglio, già allora, cacciarlo via a pedate nel didietro?

"Erri De Luca: Le parole impronunciabili

16 Maggio 2006

Non cuocerai l’agnello nel latte di sua madre, è scritto nel libro sacro. Non trasformerai la madre della vittima in complice del macellaio di suo figlio. Accusare Israele di affamare la Palestina usando la scritta nazista del campo di sterminio di Auschwitz è cuocere l’agnello nel latte della madre. Non si può prendere la sigla del peggior crimine dell’umanità e rivoltarlo contro i discendenti delle vittime. Ma è stato fatto, per leggerezza o per insulto.

Fame è una parola gigantesca, la riduzione al gradino più basso della dignità umana. La chiusura intermittente dei varchi di Eretz Israel non è fame. Dopo l’attentato di Tel Aviv sono rimasti serrati per ventiquattr’ore. Le migliaia di operai palestinesi che non lavorano più in Israele non è fame. Un muro che separa, fa male ma non è fame. Le serre degli insediamenti ebraici smantellati a Gaza sono state distrutte dalla proprietà palestinese reintegrata nei suoi territori. Non è mossa di fame.

La legittima elezione di Hamas al governo della Palestina ha delle conseguenze internazionali come il taglio dei fondi di paesi esteri ma non è assedio, non è Sarajevo. La fame annunciata dalla vignetta su ‟Liberazione” di qualche giorno fa niente ha a che vedere con ‟Arbeit macht frei” all’ingresso di Auschwitz. Da lì passarono i condannati allo sterminio.

Il copyright su quella scritta appartiene ai nazisti. Nessuno può staccarlo dal luogo capitale dell’infamia e appiccicarlo per polemica sull’uscio di qualcuno, tanto meno l’uscio di Israele. È triste quando l’intelligenza e la compassione di persone vicine si inceppano e procurano un torto anziché un sollievo. Quel luogo è un nervo scoperto della storia da migliaia di anni.

Tre monoteismi, tre fedi esclusive hanno i loro santuari gomito a gomito. È un punto della geografia da trattare con la cautela dell’artificiere che manovra per disinnescare la carica, non per accenderla.”

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