 |
Israele, Iran e il ritorno dell’imperialismo
di
Emma Buonvino
Negli ultimi anni il conflitto tra Israele e Iran è diventato sempre più centrale nella politica mondiale e dietro questa tensione non ci sono soltanto motivi legati alla sicurezza o al nucleare. La questione è molto più profonda.
Per capire ciò che accade oggi bisogna guardare alla storia del Sionismo e alla trasformazione politica di Israele negli ultimi decenni.
Molti dimenticano che prima della Rivoluzione iraniana del 1979 Israele e Iran erano alleati. Lo Scià iraniano collaborava con Israele e con l’Occidente contro i movimenti arabi considerati una minaccia geopolitica.
Dopo la rivoluzione islamica, però, l’Iran cambiò completamente posizione: iniziò a sostenere apertamente la causa palestinese e a rifiutare l’idea di uno Stato ebraico fondato sull’espansione territoriale.
Da quel momento, Israele ha iniziato a considerare l’Iran non soltanto come un avversario politico, ma come un ostacolo ideologico e strategico.
Oltre la semplice cronaca militare. esiste un ritorno dell’imperialismo territoriale”: una politica che non punta solo alla difesa dei confini, ma a ridefinire gli equilibri dell’intero Medio Oriente attraverso guerre, pressione militare e destabilizzazione regionale.
Secondo questa visione, la questione palestinese non è separata dal conflitto con l’Iran. Anzi: sarebbe il centro di tutto e l’espansione delle operazioni militari israeliane in Libano, Siria, Gaza e ora contro l’Iran fa parte di una stessa logica politica: costruire una supremazia regionale capace di impedire qualsiasi resistenza alla politica israeliana nei territori palestinesi.
Uno dei punti più forti é il cambiamento interno avvenuto in Israele negli ultimi anni. In Israele la crescita del “Sionismo messianico”, una corrente politica e religiosa che vede Israele non soltanto come uno Stato, ma come il compimento di una missione storica e biblica. E' importante da capire che questo avrebbe favorito un approccio sempre più aggressivo verso i Paesi vicini.
Dovrebbe emergere quindi una critica molto dura all’Occidente, accusato di aver ignorato per decenni le sofferenze dei palestinesi e di aver giustificato molte violazioni del diritto internazionale in nome della sicurezza e degli interessi geopolitici.
Che si condivida o meno la posizione di alcuni storici che sostengono questa teoria, questa analisi pone domande importanti:
Il conflitto in Medio Oriente riguarda davvero solo la sicurezza?
Quanto pesa la questione palestinese nelle tensioni regionali?
Esiste il rischio di una guerra sempre più ampia?
E fino a che punto le grandi potenze occidentali continueranno a sostenere certe politiche?
Ignorare queste domande significa continuare ad alimentare un ciclo di violenza destinato ad allargarsi.
La conclusione è netta: senza affrontare realmente la questione palestinese e senza mettere in discussione le logiche di dominio e occupazione, la pace in Medio Oriente resterà impossibile.
Al di là delle opinioni politiche, il tema centrale resta umano: milioni di civili, da Gaza al Libano fino all’Iran, stanno pagando il prezzo di una crisi che rischia di travolgere l’intera regione.
E forse la domanda più importante oggi è proprio questa: quanto dolore deve ancora accumularsi prima che il mondo decida davvero di fermarsi e ascoltare?
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|