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Blando riposizionamento
di
Rossella Ahmad
L'anno scorso, di questi tempi, parlavo di "riposizionamento", di quell' ipocrita tentativo di parte dell'establishment, cioè, di dare una ripulita alla propria immagine di fiancheggiatori di un genocidio.
Lo specificai già allora. Un riposizionamento di comodo, palesemente egotico, non può essere sincero. E durerà poco.
Del resto, la causa palestinese non è per tutti. Chi non vi abbia aderito per intima convinzione, conoscenza, senso di giustizia e capacità di vedere nell'olocausto palestinese il laboratorio del mondo che verrà, se ne distaccherà al primo intoppo, alla prima diffamazione, al primo calcione mediatico ben assestato, al primo contratto saltato.
Devo precisare che il riposizionamento della primavera 2025 fu un blando riposizionamento a tempo. Un'operazione cosmetica di abbellimento di volti oscurati dalla fuliggine, un tentativo maldestro di salvarsi il sedere nel caso che.
I maestri della millanteria continuarono a parlare di "terrorismo", di "pogrom" - mai termine fu più disonesto nel parlare di Palestina. Dicesi pogrom la persecuzione motivata da odio etnico/religioso contro una minoranza, come quella in uso nell'Europa che fu.
Cosa c'entri con i pogrom la Palestina, che è un territorio occupato che resiste da cento anni ad un colonialismo di stanziamento e sostituzione etnica lo sanno giusto Formigli ed i suoi pari - e di come intorbidire le acque in maniera più subdola, così da rendere meno comprensibile al pubblico la verità storica di ciò che accadde. In breve continuarono la loro opera di disinformazione e propaganda.
Il riposizionamento odierno è ancora più blando. Perché giunge in un periodo in cui la narrativa coloniale ha ripreso forza ed il web è tutto un pullulare di bot sionisti e dei loro utili idioti in carne ed ossa impegnati ad inquinare ogni post, ogni articolo, ogni immagine, ogni discorso pubblico con centinaia di commenti offensivi, fuori contesto e manipolatori per stroncare sul nascere qualsiasi discussione seria, ad inibire la libera espressione ed impedire che uno straccio di verità si faccia largo in un mare magnum di mistificazioni.
Il rinvigorimento della hasbara continua a condizionare pesantemente il discorso pubblico. Gli odierni riposizionamenti fuori tempo massimo sono ancora più impacciati, imbarazzati, goffi. Ed ipocriti.
Le accuse al Ben Gvir di oggi, come le accuse al Mileikowsky di ieri, sono il tentativo estremo di assolvere il sionismo, di fare affidamento ancora e sempre sul mito della pecora nera per permettere alla struttura coloniale di sopravvivere, indenne, alla tempesta che potrebbe travolgerla.
È la normalizzazione del genocidio, la sua destrutturazione ad atto criminoso del singolo, che non ha la connotazione di progetto condiviso, storicamente pianificato e documentato, unanimemente approvato.
Ed è la stabilizzazione del progetto di sostituzione etnica in Palestina - l'unica sostituzione veritiera nel mio orizzonte - e la sua assoluzione senza giudizio.
È quasi preferibile l'orrore di un sopravvalutatissimo autore di frasi ad effetto per cuori solitari, un intellettuale di rango nel paese dei cachi, che si dichiara impudentemente e senza perifrasi di sorta "sionista" - come se non lo sapessimo già da sempre.
Reiterarlo in questo momento storico reitera in realtà solo la statura del personaggio - e quindi non soltanto mette in conto di poter ricevere qualche metaforica secchiata di sterco in faccia, ma si rende immediatamente riconoscibile: spunta cioè preventivamente le sue armi manipolatorie.
Torno a Ben Gvir, perché intorno alla sua figura di colonialista da barzelletta si è consumato un osceno teatrino all'italiana, l'ennesimo, un riposizionamento apparente che torna subito nei ranghi ed assume i contorni della macchietta. I temi del sovranismo spurio e del suprematismo onnipresente si mescolano, si sovrappongono e vengono sublimati dall' utile concetto del capro espiatorio, della scheggia impazzita, del delinquente solitario che getta fango su una società di bravi ragazzi.
Il sionismo è un progetto, invece. Lo sanno tutti e tutti sono d'accordo a che si realizzi. I destri con la sfacciataggine di chi non ha un elettorato a cui dare conto, perché esso se ne sbatte allegramente del genocidio, delle ossa spezzate e delle barche che si rovesciano in mare, i sinistri con l'imbarazzo ipocrita di chi teme il giudizio, dell'elettorato e della storia, ma poi si fa facilmente conquistare dall'idea che la vita è adesso e chi se ne importa.
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