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Baschi e israeliani: tanti aspetti in comune
di
Lia Haramlik De Feo
Ora siccome la polizia basca ha picchiato gli attivisti della Flotilla, mi toccherà leggere ogni sorta di sproposito sui baschi, l' ETA ecc.
Per chiarezza: la polizia basca non c'entra niente con lo Stato spagnolo. Dipende interamente dal governo basco, che è autonomo, e risponde al Consejero de Seguridad basco che è del Partido Nacionalista Vasco, ovvero nazionalisti baschi di destra.
Siccome già mi stanno sanguinando gli occhi nel vedere la parata dei redivivi nostalgici di ETA e compagnia (che, ahimè, abbondano tra i seguaci di cause infinitamente più nobili) facciamo un po' il punto della situazione, andando ad analizzare la bizzarra simmetria che c'è tra Israele e il nazionalismo basco.
1) Sia Israele che il Paese Basco (d'ora in avanti Euskadi) hanno come narrazione fondativa un perfetto impasto di suprematismo e vittimismo.
La logica è: "Siamo un popolo superiore/eletto/speciale, proprio per questo siamo stati perseguitati e la persecuzione subita giustifica le misure straordinarie che adottiamo per sopravvivere e affermarci."
Il caso israeliano lo conosciamo tutti. In Euskadi, Sabino Arana fonda il PNV nel 1895, in un contesto completamente pre-franchista in cui i nemici sono la modernità industriale e l'immigrazione dal sud che sta trasformando il paese basco. Bilbao si industrializza, arrivano masse di lavoratori dalla Castiglia e dall'Estremadura e Arana percepisce questo come una minaccia etnica e culturale alla "purezza" basca.
Decenni dopo, il suprematismo etnico-razziale esplicito delle origini - i baschi come razza pura, cattolica, superiore - si trasforma, dopo il franchismo, in una narrazione in cui quella stessa superiorità diventa la spiegazione della persecuzione subita. "Siamo stati oppressi perché eravamo diversi e irriducibili." La resistenza all'oppressione diventa così la prova della eccezionalità del popolo basco, in un circolo retorico chiuso e assolutamente impermeabile alla critica esterna (se contesti il suprematismo si passa al vittimismo, se contesti il vittimismo si torna al suprematismo), che vede il vittimismo impiegato come eterna risorsa negoziale.
Nei confronti dello Stato spagnolo, la narrazione della persecuzione storica è uno strumento di pressione permanente per ottenere trasferimenti di competenze, risorse fiscali e riconoscimenti simbolici, indipendentemente dal fatto che i Paesi Baschi siano oggi la comunità autonoma con il maggiore autogoverno e il reddito pro capite più alto di Spagna.
2) Entrambi i paesi hanno una lingua ufficiale in buona parte inventata o, almeno, prodotto consapevole di ingegneria linguistica su base politica.
Nel primo caso, l'ebraico parlato si era estinto come lingua quotidiana intorno al II-III secolo d.C. Quello che sopravviveva era una lingua liturgica e letteraria usata solo da rabbini e studiosi. A partire dalla fine dell'800 (guarda caso, stessa epoca di Sabino Arana) Ben-Yehuda decise di resuscitarla, coniando migliaia di neologismi e costruendo un registro quotidiano che la lingua antica non aveva. L'ebraico moderno è così distante dall'ebraico biblico che diversi linguisti lo descrivono come una lingua nuova, con un'architettura semitica sovrapposta a strutture indo-europee assorbite dal yiddish e da altre lingue dei parlanti.
Nel caso basco, la varietà standardizzata, creata dall'Accademia della lingua basca a partire dal 1968, è un'elaborazione artificiale che nessuno parlava come madrelingua. Prima esistevano solo dialetti regionali molto diversi (biscaino, guipuzcoano, labortano ecc.), non mutuamente intellegibili, tanto che i baschi di valli diverse ricorrevano allo spagnolo per capirsi. L'euskara batua è stato costruito a tavolino, con scelte lessicali, morfologiche e ortografiche deliberate, ed è quello che oggi si insegna nelle scuole e si usa nei media.
In entrambi i casi, quindi, una comunità politicamente motivata ha preso una realtà linguistica marginale o frammentata, quando andava bene, e l'ha trasformata in una lingua nazionale standardizzata attraverso un progetto deliberato, con istituzioni dedicate, politiche di imposizione scolastica e creazione massiccia di neologismi. Il risultato è una lingua che i parlanti del passato non riconoscerebbero nemmeno.
Non solo: vediamo il prossimo punto.
3) Entrambi hanno la lingua come marcatore di purezza etnica.
In entrambi i casi la lingua, prima che strumento di comunicazione, è criterio di appartenenza etnica e segno di autenticità nazionale. Chi parla ebraico è veramente israeliano, chi parla euskera è "veramente" basco.
Arana arrivò a proporre che i baschi spagnolizzati nel nome cambiassero il cognome in forme basche. Il parallelismo con le politiche israeliane di ebraicizzazione dei nomi degli immigrati - vedi Benjamin Mileikowsky che diventa Benjamin Netanyahu - è strutturalmente identico.
4) In entrambi i casi il territorio rivendicato ha una dimensione che sconfina nel sacro. Per il nazionalismo israeliano la Terra d'Israele è una categoria biblica prima che geografica, il che rende qualsiasi negoziato territoriale di fatto impossibile.
Per il nazionalismo basco il territorio (Euskal Herria, che include anche i Paesi Baschi francesi e la Navarra) è a sua volta una categoria etnico-mitica che non coincide con nessuna realtà amministrativa esistente. In entrambi i casi il confine rivendicato è più grande del confine controllato, e questo è strutturalmente fonte di conflitto permanente.
5) La costruzione del nemico interno.
Entrambi i nazionalismi hanno sviluppato una categoria di traditore interno, ovvero il membro della comunità che non è abbastanza fedele all'identità collettiva.
In Israele è chi emigra, o l'ebreo della diaspora che critica le politiche israeliane o, ancora, l'arabo-israeliano che rivendica diritti pieni.
Nel nazionalismo basco è il maketo delle origini araniste, poi più tardi il basco che non parla euskera, o chi convive pacificamente con l'identità spagnola. EH Bildu ha usato a lungo la categoria di collaborazionista per chi non si allineava alla narrativa indipendentista.
La funzione ideologica è la stessa: si mantiene la coesione interna attraverso l'esclusione del non abbastanza puro.
Conclusione: in entrambi i casi il nazionalismo funziona come sistema chiuso, autolegittimante, che converte ogni elemento - la lingua, il territorio, la diaspora, la violenza, il nemico interno - in conferma della propria narrativa.
In teoria politica questo si chiama nazionalismo integrale: non una delle possibili identità del soggetto, ma l'identità totale che organizza tutte le altre.
E a me questi nazionalismi protervi, sprezzanti, aggressivi e profondamente egoisti danno fastidio non vi dico quanto.
Fatte salve, naturalmente, le dovute differenze tra un'entità genocida che sta trascinando il mondo verso il disastro e una piccola, pittoresca bizzarria etnicista che ha preso un po' di folklore identitario e ne ha fatto una tragedia per qualche decennio.
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