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24 maggio 2026
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La guerra non lascia mai il mondo migliore di come l'ha trovato
di Emma Buonvino

"La guerra non lascia mai il mondo migliore di come l'ha trovato" è una frase che racchiude in sé un'amara verità: la guerra, anche quando si veste di buone intenzioni, produce sempre una scia di dolore, distruzione e perdita che lascia cicatrici profonde, spesso irreparabili.

Si può iniziare col dire che ogni guerra nasce da un fallimento: il fallimento del dialogo, della comprensione, della giustizia. Quando si arriva alla guerra, vuol dire che tutte le strade del compromesso sono state abbandonate o rese impraticabili. E questo già è un impoverimento dell’umanità: smettere di parlarsi, rinunciare alla parola, significa regredire a una condizione primitiva, dove la forza decide ciò che è giusto.

La guerra non colpisce solo i combattenti, ma distrugge case, spezza famiglie, cancella storie, interrompe infanzie e sogni. Può rovesciare tirannie, sì, ma spesso ne genera di nuove. Può difendere i deboli, ma spesso li lascia più soli e traumatizzati di prima. Anche quando finisce, la guerra non finisce mai davvero: resta nei corpi, nelle menti, nei paesaggi devastati, nei bambini cresciuti troppo in fretta, nei silenzi di chi ha perso tutto.

Inoltre, la guerra cambia l’animo umano. Rende le persone diffidenti, chiuse, disilluse. Distrugge la fiducia tra i popoli e tra le generazioni. Insegna l’odio, e l’odio è un veleno lento, che può continuare ad agire per decenni. I muri, fisici e simbolici, che essa costruisce non crollano con un trattato di pace.

Anche le cosiddette “guerre giuste”, quelle combattute per la libertà o contro l’oppressione, lasciano un’eredità ambigua. Perché la libertà ottenuta col sangue porta con sé un peso enorme: quello di sapere che, per essere liberi, qualcuno ha dovuto uccidere, e qualcun altro è morto. Non c’è purezza nella vittoria. Non c’è innocenza nella pace armata.

Infine, la guerra devasta la memoria collettiva. Rende difficile ricostruire una narrazione comune tra vittime e vincitori, tra chi ha perso e chi ha vinto. E un mondo diviso, frammentato, incapace di ricordare insieme, è un mondo che rischia di ripetere i propri errori.

Per tutto questo, la guerra non lascia mai il mondo migliore di come l’ha trovato. Al massimo, lascia rovine su cui qualcuno potrà, un giorno, provare a ricostruire. Ma quel che si perde – vite, empatia, cultura, possibilità – non si recupera più.

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