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23 maggio 2026
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La vergogna del Cinema Sderot
di Emma Buonvino

Il “Cinema Sderot” non è una metafora giornalistica nata per caso. È il nome dato alle immagini di civili israeliani che, dalle colline di Sderot, osservavano i bombardamenti su Gaza City applaudendo le esplosioni come uno spettacolo.

Quelle fotografie del 2014 sono diventate un simbolo internazionale di disumanizzazione collettiva: il dolore dell’altro trasformato in intrattenimento.

Quando una società arriva a consumare la devastazione come rito pubblico, non siamo più davanti soltanto alla propaganda di guerra. Siamo davanti a un meccanismo di autoassoluzione morale. È lo stesso dispositivo psicologico che rese possibile ai carnefici del Novecento di continuare a percepirsi come “inermi”, “civilizzati”, “costretti”.

Anche il nazismo costruì la propria innocenza immaginaria attraverso la convinzione paranoica di essere eternamente minacciato. Il persecutore si narrava come vittima. La violenza diventava “necessaria”. Lo sterminio veniva ridefinito come autodifesa.

Hannah Arendt aveva descritto questo processo parlando dell’incapacità di pensare dal punto di vista dell’altro. Ma oggi il salto è ulteriore: non c’è più nemmeno il pudore burocratico della “banalità del male”.

La distruzione viene esibita, filmata, celebrata collettivamente. Il bombardamento diventa scenografia identitaria. I bambini assistono sulle ginocchia dei genitori mentre interi quartieri vengono ridotti in macerie. Questo è il cuore del “Cinema Sderot”: normalizzare emotivamente la distruzione fino a trasformarla in cultura condivisa. Il punto più inquietante non è soltanto la violenza. È l’autoassoluzione permanente. Ogni critica viene liquidata come tradimento, ogni vittima viene resa responsabile della propria morte, ogni atrocità viene sciolta nella formula magica: “ce l’hanno imposto”, “è colpa di Hamas”.

Così il massacro smette di apparire come problema morale e diventa “igiene”, “sicurezza”, “necessità storica”. È esattamente il meccanismo studiato da Erich Fromm quando parlava di “necrofilia caratteriale”: l’attrazione patologica verso la distruzione e il dominio sul vivente.

Karl Jaspers spiegò, dopo il nazismo, che nessun popolo può guarire senza attraversare il riconoscimento della colpa. La Germania del dopoguerra fu costretta — lentamente e dolorosamente — a guardarsi allo specchio.

Oggi invece una parte significativa della società israeliana reagisce alle accuse di crimini di guerra rafforzando il proprio vittimismo assoluto. E una società che ride davanti alle rovine rischia di perdere non soltanto il senso del limite, ma perfino la capacità di riconoscere l’umanità altrui.

Il “Cinema Sderot” non è folklore marginale. È il sintomo di una trasformazione morale profonda: quando lo sterminio diventa spettacolo familiare, la barbarie non è più eccezione. Diventa identità.

Bibliografia essenziale

Eichmann in Jerusalem — Hannah Arendt
Anatomy of Human Destructiveness — Erich Fromm
The Question of German Guilt — Karl Jaspers
Living with the Conflict — Daniel Bar-Tal
Allan Sørensen, reportage sul “Sderot Cinema”, 2014

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