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In un mondo di criminali l'unico crimine è farsi scoprire
di
Alessandro Ferretti
L’impresa di Ben Gvir orgogliosamente rivendicata in mondovisione ha scatenato critiche da parte di tutti, veramente tutti. Pure Meloni si è scagliata contro il ministro israeliano, così come una parte della comunità ebraica italiana fino ad oggi estremamente restia a pronunciarsi contro le azioni del governo sionista.
Oggi La Stampa è uscita con un articolo titolato «La comunità ebraica spiazzata: “Ben Gvir e Netanyahu non sono Israele”». Ne siamo molto contenti, ma basta andare oltre il titolo per scoprire che, purtroppo, non c’è molto di cui rallegrarsi. A parte il fatto che la risposta più frequente a domande sulle gesta di Ben Gvir è “non commento, grazie”, la cosa più grave è che, tra chi risponde, nessuno critica le umiliazioni inflitte agli attivisti in quanto tali.
Ben Gvir non viene definito come un torturatore o un criminale ma come “uno stupido, un idiota”. Le dichiarazioni non vertono sugli abusi in sè, ma sul fatto che mostrarli è “controproducente” in quanto “peggiorano ulteriormente la visione che c’è dello stato di Israele da parte del mondo esterno” e generano antisemitismo.
Il titolo dell’editoriale del giornale dell’Ugei è emblematico: “Ben Gvir, il ministro che imbarazza Israele”. Nessuno si preoccupa di far cessare i crimini israeliani e dare giustizia alle vittime, ma piuttosto di “rompere la narrazione tossica secondo cui “gli ebrei” sarebbero compatti dietro ogni scelta del governo israeliano”.
A conferma di ciò, in tutto l’articolo le parole “palestinesi”, “Palestina” e “Gaza” non compaiano proprio, così come pulizia etnica, assedio, occupazione, apartheid, tortura e genocidio: quasi come se non c’entrassero per nulla, come se fossero fatti inesistenti o irrilevanti mentre sono la causa prima e unica della missione della Flotilla.
Purtroppo questa è anche la posizione di tantissimi israeliani: le centinaia di commenti negativi sulle gesta di Ben Gvir sotto l’articolo di Yedioth Ahronot, il più autorevole quotidiano centrista israeliano (che si attesta su posizioni critiche verso Netanyahu) sono esclusivamente incentrati sul danno fatto a Israele, senza neanche una parola di pietà verso gli attivisti umiliati.
Questa posizione patologicamente autoreferenziale non è affatto nuova. Uno dei primi esempi ce l’offre l’antica Grecia, e non è un caso: fu proprio quella la “civiltà” che creò il modello in cui gli schiavi erano completamente disumanizzati e considerati proprietà al pari di oggetti (“strumenti animati”, secondo Aristotele) che potevano essere liberamente comprati e venduti.
Tucidide racconta che quando Mitilene si rivolta, gli Ateniesi soffocano la ribellione e decidono la condanna a morte di tutti gli uomini della città, oltre alla riduzione in schiavitù di donne e bambini. Diodoto si oppone e vince, ma non lo fa su basi morali. Non dice che la decisione sia atroce e disumana ma che sarebbe controproducente, in quanto sterminare una città intera priverebbe Atene di un tributo e di una risorsa economica futura e manderebbe un messaggio pericoloso a chi si rivolterà in futuro, perché sarà spinto a combattere fino alla fine invece di arrendersi.
In tempi più recenti, Chomsky criticò gli intellettuali e i tecnocrati americani per aver fornito una copertura ideologica a una guerra criminale come quella del Vietnam, rifugiandosi in un’analisi “realista” e tecnica invece di assumersi una responsabilità etica diretta. Non dicevano “bombardare i villaggi è un crimine”, ma “bombardare i villaggi è controproducente perché rafforza i Viet Cong”.
Anche qui, l’obiezione era strumentale (l’atto danneggia gli interessi di chi lo compie) e non fondamentale (l’atto è intrinsecamente malvagio, a prescindere dalle sue conseguenze). Non c’è bisogno di aggiungere che non furono certo queste critiche pelose a fermare la devastazione del Vietnam, bensì la resistenza vietnamita e le mobilitazioni dal basso dei giovani statunitensi che rifiutarono la violenza e la guerra in toto.
Quella adottata nei confronti di Ben Gvir è una strategia retorica che parla il linguaggio dell’utilità: in contesti politici mainstream e benpensanti appare “realistica” o “moderata”, ma ha un costo etico enorme perchè le vittime scompaiono dal quadro. Non sono più persone con diritti e dignità, ma solo variabili in un calcolo di efficacia. Se domani si scoprisse che bombardare fosse invece utile e produttivo per chi bombarda, quell’opposizione si trasformerebbe in assenso.
Le conseguenze negative sono molteplici: se l’attenzione è sempre sulle conseguenze per l’autore, si finisce per normalizzare l’atto criminale: l’unico errore è gestirlo male in termini di immagine. Le vittime diventano invisibili perché date per scontate, come “effetti collaterali” o peggio ancora come strumenti: la loro sofferenza conta solo se può essere usata per dimostrare che l’agente “si sta facendo del male da solo”, altrimenti è irrilevante.
Ovviamente, lo scenario in cui si può produrre una simile aberrazione è quello del suprematismo razzista: se “gli altri” sono disumanizzati e irrilevanti perché posso usare la forza per schiacciarli, va da sè che l’unico punto interessante di cui dibattere sono le conseguenze per se stessi.
In definitiva questa modalità di critica a Ben Gvir, invece di essere un segnale positivo di un cammino verso la consapevolezza sulla gravità morale e materiale dei crimini israeliani, perpetua l’approccio di invisibilizzazione, disumanizzazione e strumentalizzazione delle vittime.
E’ questo il motivo per cui Israele, a fine marzo, ha stanziato la mostruosa cifra di 730 milioni di dollari per l’hasbara, ovvero cento volte tanto lo stanziamento del 2023: l’obiettivo non è quello di andare incontro ad un’opinione pubblica sempre più disgustata dalle atrocità israeliane, ma quello di negare, nascondere o travisare le atrocità in ogni modo possibile e immaginabile, pur di portare a termine l’impresa criminale più folle e terrificante di questo secolo.
Inutile illudersi: la lotta per la giustizia e la pace in Palestina e nel mondo non è ancora prossima alla conclusione. Servirà l’impegno di tutte e tutti gli esseri realmente umani per smascherare le bugie razziste e suprematiste e porre le basi per una società fatta di esseri umani liberi, con pari dignità e diritti.
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