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19 maggio 2026
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Iran: la canzone che spiega come mai non si piega
di Leandro Leggeri

Per capire davvero l’Iran contemporaneo — e il motivo per cui la pressione militare di Stati Uniti e Israele spesso produce l’effetto opposto a quello sperato — bisognerebbe ascoltare una vecchia canzone della guerra Iran-Iraq: Mammad Naboodi Bebini (“Mammad, non eri qui per vedere”).

La canzone è dedicata a Mohammad Jahanara, comandante della difesa di Khorramshahr durante l’invasione irachena del 1980. Saddam Hussein pensava che la città sarebbe caduta rapidamente. Invece divenne uno dei simboli della resistenza iraniana: combattimenti casa per casa, distruzione totale, migliaia di morti.

Jahanara morì nel 1981 in un incidente aereo, pochi mesi prima che l’Iran riconquistasse la città nel 1982. Ed è qui il cuore della canzone: “Mammad, non eri qui per vedere che la città è stata liberata…”

Non è un inno trionfalistico. Non celebra la guerra come gloria.

È una canzone sul sacrificio, sul dolore e sulla convinzione che il sangue versato non sia stato inutile.

Per questo in Iran questo brano ha quasi una funzione memoriale collettiva. Anche molti iraniani lontani dalla Repubblica Islamica continuano a conoscerlo e rispettarlo, perché richiama un trauma nazionale reale: la guerra contro l’Iraq di Saddam, sostenuto allora da gran parte del mondo arabo e appoggiato indirettamente anche dall’Occidente.

Ed è qui che molti osservatori occidentali non comprendono il problema.

Quando a Washington o Tel Aviv si parla di “massima pressione”, “shock”, “umiliazione strategica” o persino “regime change”, spesso si ragiona come se l’Iran fosse uno Stato normale separabile dalla propria memoria storica.

Ma la Repubblica Islamica — piaccia o meno — è nata dentro un’esperienza di assedio collettivo che ha segnato profondamente il paese. Nella memoria iraniana esistono ancora le città del Khuzestan devastate dall’artiglieria, i rifugi antiaerei, le colonne di volontari mandati al fronte quasi senza mezzi, le palme spezzate lungo il Karun e una generazione intera cresciuta tra funerali, sirene e martiri.

Ed è anche per questo che la leadership iraniana continua a presentare ogni conflitto contemporaneo come prosecuzione della “Difesa Sacra” degli anni ’80.

Quando oggi si ascoltano slogan sulla “resistenza”, sui “martiri” o sull’“asse della resistenza”, bisogna capire che dietro non c’è soltanto ideologia: c’è una struttura emotiva e storica costruita durante otto anni di guerra totale.

“Mammad Naboodi Bebini” non spiega soltanto il passato iraniano.

Spiega anche perché l’Iran continui a interpretare il confronto con Stati Uniti e Israele non come una normale crisi geopolitica, ma come una lotta esistenziale.

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