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Figli degli stupri
di
Emma Buonvino
“Cosa facciamo con una vita nata dalla violenza?”
Molte comunità preferiscono non rispondere. Preferiscono il silenzio.
Ed è qui che nasce la seconda violenza: l’invisibilità.
Molti figli degli stupri di guerra raccontano che la sofferenza peggiore non è stata solo conoscere la propria origine, ma sentirsi trattati come esseri umani “impuri”, come se la colpa dei padri scorresse nel loro sangue.
È una forma di disumanizzazione ereditaria.
Per questo gli studiosi e le organizzazioni umanitarie insistono sempre di più sul riconoscimento pubblico:
riconoscimento giuridico,
diritto all’identità,
accesso alle cure,
cittadinanza,
istruzione,
protezione sociale.
Perché senza riconoscimento, il trauma continua a trasmettersi di generazione in generazione.
E forse la cosa più importante da capire è questa:
i figli degli stupri di guerra non sono la prosecuzione del crimine.
Sono esseri umani nati dentro una tragedia che non hanno scelto.
E il modo in cui il mondo li tratta dice moltissimo non solo sulla guerra, ma sull’idea stessa di umanità che una società decide di avere.
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