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Stupro come arma di guerra: il NYT e le accuse che scuotono Israele
di
Emma Buonvino
Per mesi il dibattito internazionale si è concentrato quasi esclusivamente sulle violenze sessuali attribuite ad Hamas durante il 7 ottobre. Oggi, però, una nuova frattura attraversa il racconto pubblico della guerra: le accuse di abusi sessuali contro detenuti palestinesi da parte di soldati, guardie carcerarie e coloni israeliani stanno emergendo con forza crescente, sostenute da testimonianze, rapporti ONU e organizzazioni per i diritti umani.
A riaccendere lo scontro è stato un articolo del giornalista premio Pulitzer Nicholas Kristof pubblicato dal The New York Times l’11 maggio 2026. Nell’inchiesta vengono raccolte le testimonianze di palestinesi che denunciano stupri, torture sessualizzate, nudità forzata, minacce e umiliazioni subite durante la detenzione.
Kristof sostiene che non esistano prove di ordini espliciti impartiti dai vertici israeliani, ma descrive un sistema in cui la violenza sessuale sarebbe diventata tollerata o normalizzata all’interno dell’apparato di sicurezza israeliano.
La reazione del governo di Benjamin Netanyahu è stata immediata e violentissima: accuse di “blood libel”, minacce di querela contro il giornale e denuncia di una presunta campagna diffamatoria contro Israele.
Ma il punto centrale non è lo scontro politico tra Israele e il New York Times.
Il punto centrale è un altro: la violenza sessuale in guerra viene spesso usata come strumento di dominio, umiliazione e distruzione psicologica.
È accaduto nei Balcani, in Ruanda, in Iraq, in Congo. E ogni volta il primo riflesso del potere è stato negare, screditare le vittime, accusare chi racconta di mentire o di essere “nemico”.
Le accuse devono sempre essere verificate con rigore. Ma il silenzio sistematico davanti alle denunce, soprattutto quando arrivano da un popolo occupato o prigioniero, diventa esso stesso parte del problema.
Negli ultimi mesi diversi organismi internazionali hanno espresso preoccupazione per le condizioni dei detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. Rapporti ONU e organizzazioni come B'Tselem hanno documentato episodi di torture, umiliazioni sessuali e trattamenti degradanti.
In parallelo, il governo israeliano continua a promuovere il proprio rapporto sulle violenze del 7 ottobre attribuite ad Hamas. Due narrazioni che oggi si scontrano frontalmente, in una guerra dove anche il controllo del racconto è diventato un’arma.
Lo stupro non smette di essere un crimine quando cambia la nazionalità della vittima.
Bibliografia e fonti utili
United Nations – Rapporti ONU sulle violenze contro detenuti palestinesi
B'Tselem – Report su torture e abusi nei centri di detenzione
Nicholas Kristof, “The Silence That Meets the Rape of Palestinians”
Max Blumenthal – Analisi critiche sui report israeliani del 7 ottobre
The Grayzone
Human Rights Watch
Amnesty International
AllSides
Electronic Intifada
Mondoweiss
Reuters
The Guardian
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