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14 maggio 2026
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"La vidi e piansi"
di Rossella Ahmad

La Nakba non è un evento cristallizzato in un giorno ma sangue vivo che sgorga da ferite sempre aperte. Non a caso, i palestinesi parlano di Al-Nakba Al-Mustamirra, la catastrofe perpetua. Che iniziò molto prima di quel fatidico 15 maggio 1948 e che continua con la pulizia etnica di Gaza e di ciò che resta della West Bank.

Il tentativo di annichilire un popolo nel silenzio tuttavia - operazione riuscita con gli indigeni americani - è fallito miseramente. La resistenza di questo popolo indomito, la sua strenua capacità di sopportazione all'interno di una terra senza diritti - cosa che ha del soprannaturale, dal momento che l'essere umano per sua natura tende a spostarsi in luoghi in cui sia possibile la propria sopravvivenza, fisica e spirituale, qualora essa sia minacciata - ha impedito che ciò accadesse.

Il mondo è stato costretto a guardare all'interno di una voragine infernale. Ed ha visto.

La Nakba è dinanzi a noi, ci costringe a guardarci dentro e ad interrogarci sul senso che vogliamo dare alla nostra presenza su questo pianeta, oggi, ora. Se vogliamo ancora chiudere gli occhi e condannarci ad una vita ed una storia futura in cui i diritti, anche quello alla vita, saranno selezionati sulla base di parametri del tutto arbitrari, o se scegliamo di opporci e contribuire tutti assieme alla caduta ignominiosa della più grande ingiustizia dei nostri tempi, che sta già affogando nello stesso sangue versato.

La creazione di Israele in terra palestinese è stata una pessima idea, oltre che un'ingiustizia cosmica. Sfido chiunque a dimostrare il contrario.

""Non dimenticherò mai la lezione che mi impartì mia madre quando arrivammo in Libano. Ci portarono lì dopo il massacro di Deir Yassin, per proteggerci. Cercammo di prendere delle arance da un albero, ma lei ci diede un colpetto sulla mano: queste arance non sono vostre, le vostre arance sono in Palestina. Le mangerete quando torneremo.

La gente apriva gli occhi al mattino ascoltando Feirouz che cantava della vecchia Gerusalemme, e tutti pensavano che sarebbero presto ritornati a casa. Ed erano le parole che irritavano maggiormente gli israeliani. Quando la generazione del '48 andò ad Amman per ascoltare Feirouz, gli israeliani dissero che andavano a sentir cantare una terrorista. Ricordo le parole di Ghassan Kanafani: siate grandi sopra la terra oppure siate ossa sotto di essa. Ed ogni battaglia che abbiamo combattuto è stata per amore della dignità".

È Leila Khaled, che parla. Il simbolo della generazione del '48 o quella immediatamente successiva ad essa. Coloro che erano bambini durante la Nakba e per i quali la Palestina era il sogno svanito troppo presto, un mito che cresceva insieme a loro, nutrito dalle parole d'amore e di dedizione dei vecchi.

E Leila è anche uno dei simboli della resistenza palestinese. Fu affidato a lei il primo dirottamento di un aereo israeliano, "un aereo imperialista", per dirottare in realtà l'attenzione di un mondo distratto e disinteressato verso il dramma che si consumava in Palestina.

"Fu un'azione puramente dimostrativa. A nessuno fu torto un capello. Ma feci cambiare rotta al pilota, e gli chiesi di passare su Haifa, la mia città. Dall'alto la vidi. E piansi".

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