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Iran per intelligence USA ha recuperato capacità missilistiche
di
Leandro Leggeri
Secondo nuove valutazioni riservate dell’intelligence statunitense, ottenute dal New York Times, l’Iran sarebbe riuscito a recuperare l’accesso operativo alla maggior parte delle proprie infrastrutture missilistiche, nonostante mesi di bombardamenti USA-Israele.
Le valutazioni interne descrivono una situazione molto diversa rispetto alla narrativa pubblica della Casa Bianca. Donald Trump e il Pentagono avevano parlato di un Iran “decimato” e militarmente “neutralizzato per anni”. Ma i rapporti classificati mostrano invece che Teheran conserva circa il 70% del proprio arsenale missilistico prebellico e il 70% dei lanciatori mobili.
Ancora più significativa la situazione nello Stretto di Hormuz: secondo l’intelligence americana, l’Iran avrebbe già ristabilito l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici presenti lungo il passaggio strategico da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.
Le analisi parlano inoltre di un recupero operativo di circa il 90% delle strutture sotterranee missilistiche iraniane, molte delle quali sarebbero già “parzialmente o pienamente operative”.
Il New York Times sottolinea come questo quadro evidenzi due problemi strategici per Washington.
Il primo è che gli Stati Uniti potrebbero aver sopravvalutato l’efficacia reale della campagna aerea contro infrastrutture altamente disperse, fortificate e ridondanti.
Il secondo riguarda il logoramento industriale americano: la guerra avrebbe consumato enormi quantità di Tomahawk, Patriot, missili stealth a lungo raggio e ATACMS, con tempi di ricostituzione stimati in anni e non in mesi.
Secondo il quotidiano americano, i pianificatori militari avrebbero persino limitato l’uso delle bombe bunker buster più avanzate per preservare scorte necessarie in vista di eventuali crisi future con Cina o Corea del Nord.
L’articolo rafforza quindi una tesi che sta emergendo sempre più apertamente anche negli ambienti strategici occidentali: il problema non è soltanto colpire l’Iran, ma sostenere nel tempo una guerra di attrito contro un Paese che conserva profondità strategica, capacità di recupero e strumenti di pressione globali attraverso Hormuz.
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