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Arroganza e controllo
di
Emma Buonvino
C’è una forma di potere che non si limita a dominare.
Pretende anche il silenzio.
Non vuole soltanto vincere militarmente: vuole controllare il linguaggio, la memoria, le emozioni.
Vuole decidere quali morti meritano lacrime e quali invece possono essere cancellate sotto le macerie senza disturbare la coscienza del mondo.
Una parte della tragedia storica del popolo ebraico — la ferita immensa della Shoah, che appartiene alla memoria dell’umanità intera — viene oggi spesso trasformata da ambienti politici e ideologici in uno scudo morale assoluto. E così, chi denuncia bombardamenti sui civili, fame imposta, occupazione, colonie illegali o apartheid, viene immediatamente accusato di odio, estremismo o antisemitismo.
Ma criticare uno Stato non significa odiare un popolo.
Denunciare un crimine non significa negare una tragedia storica. Difendere i palestinesi non significa attaccare gli ebrei.
Confondere tutto questo è un meccanismo tossico che serve a paralizzare il pensiero critico.
Nel frattempo, milioni di palestinesi continuano a vivere sotto occupazione, assedio, checkpoint, demolizioni di case, segregazione territoriale e violenza quotidiana.
Organizzazioni internazionali per i diritti umani — come Amnesty International, Human Rights Watch e B'Tselem — hanno parlato apertamente di apartheid nei confronti dei palestinesi.
Eppure, chi alza la voce spesso paga un prezzo enorme: campagne diffamatorie, isolamento mediatico, censura, minacce professionali e pressione sociale. È questo il vero volto dell’arroganza del potere: non tollerare che qualcuno guardi le vittime e dica semplicemente “sono esseri umani”. Ma qualcosa sta cambiando.
Sempre più persone nel mondo stanno rifiutando il ricatto morale che impone di tacere davanti all’ingiustizia. Sempre più giovani, intellettuali, giornalisti, attivisti ed ebrei antisionisti stanno dicendo che la memoria della Shoah non può essere usata per giustificare altre oppressioni.
La dignità umana non è a senso unico.
Non appartiene a una sola bandiera.
Non ha gerarchie etniche. La speranza nasce proprio qui: nel momento in cui la paura smette di governare le coscienze. Nel momento in cui le persone ritrovano il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, senza inchinarsi davanti all’arroganza, alla propaganda o al potere militare.
Perché nessuna forza è eterna.
E ogni sistema costruito sulla disumanizzazione, prima o poi, crolla sotto il peso della verità.
Bibliografia e fonti
•Amnesty International – Israel’s Apartheid Against Palestinians
•Human Rights Watch – A Threshold Crossed
•B'Tselem – A regime of Jewish supremacy from the Jordan River to the Mediterranean Sea
•The Ethnic Cleansing of Palestine — Ilan Pappé
•The Hundred Years' War on Palestine — Rashid Khalidi
•The Holocaust Industry Norman Finkelstein
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