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12 maggio 2026
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I bambini del lutto
di Emma Buonvino

C’è qualcosa di profondamente inquietante nella trasformazione del corpo umano in materiale biologico al servizio dello Stato. In Israele, dopo il 7 ottobre, si è diffusa sempre di più una pratica chiamata Procreazione Assistita Postuma: il prelievo di spermatozoi dai corpi dei soldati morti, entro poche ore dal decesso, per generare figli dopo la loro morte.

Non è fantascienza. È realtà. E viene celebrata come eroismo nazionale.

Il giornalista israeliano ha definito questi bambini “i bambini del lutto”, parlando di una società che “venera la morte” e trasforma il sacrificio militare in continuità biologica della nazione.

Dietro questa pratica c’è un’idea terribile: che persino il corpo di un giovane morto debba continuare a servire il progetto dello Stato. Non basta morire in guerra. Bisogna lasciare discendenza per la patria.

È una forma estrema di militarizzazione della vita e della riproduzione. Il dolore delle famiglie viene inglobato dentro una macchina ideologica che glorifica il soldato anche da cadavere, trasformando il lutto in missione nazionale.

Mentre lo Stato israeliano investe enormemente nella fertilità e nella continuità demografica ebraica, il popolo palestinese vede invece distrutti ospedali, cliniche per la maternità, infrastrutture sanitarie, accesso all’acqua, al cibo e alle cure. Le studiose del libro Spermopolitica. Genocidio riproduttivo e resistenza in Palestina parlano apertamente di “genocidio riproduttivo”: distruggere la capacità di un popolo di generare e continuare a esistere.

Da una parte la riproduzione viene sacralizzata. Dall’altra viene spezzata.

È impossibile non vedere l’abisso morale di tutto questo.

Un figlio dovrebbe nascere dall’amore, dalla libertà, dalla presenza. Non da una società che normalizza la morte al punto da trasformare i cadaveri dei propri giovani in riserve biologiche per guerre future.

Perché il rischio più grande non è solo tecnologico o bioetico. È culturale.

È l’idea che la vita umana valga solo nella misura in cui continua a nutrire il militarismo, il nazionalismo e la guerra.

E quando una società arriva a sacralizzare perfino il seme dei morti, forse bisogna chiedersi quanto spazio sia rimasto per la vita vera.

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