 |
Cultura della vendetta
di Emma Buonvino
La vendetta, quando diventa cultura politica, smette di essere una reazione e si trasforma in un sistema. È questo il nodo profondo che emerge oggi da una parte crescente del dibattito interno israeliano, dai rapporti delle organizzazioni per i diritti umani e dalle testimonianze dei detenuti palestinesi usciti vivi dalle carceri israeliane.
Non si tratta più soltanto di “eccessi” della guerra. Sempre più osservatori parlano di una struttura emotiva e ideologica fondata sulla punizione collettiva, sulla disumanizzazione del palestinese e sulla convinzione che qualunque violenza possa essere giustificata in nome della sicurezza e della vendetta nazionale.
Il giornalista israeliano Nir Hasson, in un editoriale pubblicato da Haaretz ha scritto che è impossibile comprendere ciò che Israele ha fatto a Gaza, in Cisgiordania e nelle proprie carceri senza riconoscere il ruolo centrale della vendetta. Una vendetta trasformata in linguaggio pubblico, in slogan televisivi, in sermoni religiosi, in canzoni cantate nei matrimoni e persino in dichiarazioni mediatiche apertamente genocidarie.
L’idea che “per un solo occhio si possano uccidere migliaia di filistei” non resta più metafora. Diventa pratica politica.
Ed è proprio nelle prigioni israeliane che questa cultura della vendetta assume una forma particolarmente oscura. Secondo i dati raccolti dall’organizzazione israeliana per i diritti umani B'Tselem, migliaia di palestinesi sono detenuti senza processo attraverso il sistema della “detenzione amministrativa”, un meccanismo che consente l’incarcerazione indefinita sulla base di prove segrete. Tra loro vi sono centinaia di minori.
I rapporti “Welcome to Hell” e “Living Hell” descrivono un sistema caratterizzato da torture, fame deliberata, privazione del sonno, pestaggi sistematici, umiliazioni sessuali e violenze fisiche e psicologiche diffuse. Le testimonianze raccolte parlano apertamente di aggressioni sessuali, minacce di stupro, nudità forzata e abusi anche contro adolescenti palestinesi.
Il giornalista del New York Times Nicholas Kristof ha riportato testimonianze di palestinesi che raccontano “violenza sessuale diffusa contro uomini, donne e persino bambini”. Secondo Kristof, molte vittime hanno accettato di parlare nonostante minacce di morte e intimidazioni.
La violenza sessuale contro minori detenuti rappresenta una delle forme più devastanti di distruzione umana. Non si tratta soltanto di un abuso fisico: è una frattura psichica profonda che colpisce identità, fiducia, percezione del proprio corpo e capacità di relazione.
Numerosi studi internazionali sui traumi infantili mostrano che bambini e adolescenti sottoposti a tortura o violenza sessuale in contesti di detenzione sviluppano frequentemente
disturbo post-traumatico complesso;
depressione cronica;
dissociazione;
insonnia e incubi persistenti;
perdita della fiducia negli altri esseri umani;
difficoltà affettive e relazionali;
tendenza all’isolamento;
pensieri suicidari;
danni permanenti allo sviluppo emotivo e neurologico.
Quando il trauma viene inflitto da un’autorità statale, il danno è ancora più profondo: il bambino comprende che chi possiede il potere può umiliarlo, violarlo e distruggerlo senza conseguenze.
Molti ex detenuti palestinesi descrivono una vita successiva segnata dalla paura continua, dall’incapacità di dormire, da crisi di panico improvvise e da una costante sensazione di degradazione personale.
Il dato più inquietante è forse un altro: la normalizzazione pubblica di questa brutalità.
Quando opinionisti televisivi definiscono i neonati palestinesi “terroristi in incubatrice”, quando ministri celebrano condizioni carcerarie disumane, quando rabbini e conduttori televisivi parlano apertamente di “fiumi di sangue”, il confine morale si spezza. La violenza non appare più eccezione, ma dovere collettivo.
Il ricercatore israeliano Ariel Handel ha osservato che il problema della vendetta è il ciclo infinito che essa genera: il vendicatore finisce inevitabilmente per produrre nuove ferite, nuovi traumi, nuova violenza.
Ed è forse questo il lascito più terribile di ciò che st accadendo oggi ai bambini palestinesi detenuti: una generazione intera crescerà con cicatrici fisiche e psicologiche che dureranno decenni. Non esiste sicurezza costruita sopra l’umiliazione sistematica dell’infanzia.
Dati e numeri
Oltre 9.000 palestinesi risultavano detenuti nelle carceri israeliane tra il 2024 e il 2026, molti senza accuse formali.
Secondo B'Tselem, almeno 84 detenuti palestinesi sono morti in custodia israeliana dal ottobre 2023.
Le testimonianze raccolte da B’Tselem coinvolgono decine di strutture detentive civili e militari trasformate, secondo il rapporto, in una “rete di campi di tortura”.
Organizzazioni come Defense for Children International Palestine denunciano da anni arresti notturni, isolamento e maltrattamenti contro minori palestinesi detenuti da Israele.
Fonti: Le Monde.fr, btselem.org
VAI A TUTTE LE NOTIZIE SU GAZA
 
Dossier
diritti
|
|