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09 maggio 2026
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Diritto di esistere anche per i gazawi
di Antonella Salamone

La storia di Omar Hamad, 32 anni, e dei suoi compagni, protagonisti di un’impresa che oggi prende forma nella Biblioteca Phoenix, un presidio culturale nato nonostante il genocidio in corso.

Approfittando di una tregua temporanea nel Gennaio 2024, Omar e il suo amico Ibrahim al-Masri sono tornati tra le rovine di Beit Hanoun con un obiettivo preciso: recuperare ciò che restava delle biblioteche distrutte. A loro si è unito Hussam Hamad. Insieme hanno iniziato a scavare tra edifici crollati, università devastate, biblioteche pubbliche saccheggiate o incendiate.

“Trasportavamo centinaia di libri al giorno, come se stessimo salvando un’eredità”, racconta Omar. Dai resti della Biblioteca Edward Said e dai corridoi delle università palestinesi hanno recuperato volumi sopravvissuti alle fiamme.

Secondo le loro stime, oltre l’80% del patrimonio librario di Gaza City è stato distrutto. La Grande Moschea di Omari, custode di secoli di storia, è stata colpita, lasciando intatti appena 38 manoscritti su 230. La Biblioteca di Gaza per la Cultura e la Luce, affiliata alla Chiesa Battista, con i suoi 20.000 volumi, è stata annientata.

Le università di Al-Aqsa, Al-Israa e quelle islamiche hanno perso oltre 240.000 libri e opere di riferimento. Un’intera infrastruttura del sapere cancellata in pochi mesi.

Dopo il cessate il fuoco dell’Ottobre 2025, è iniziata la fase successiva: dare una forma stabile a ciò che avevano salvato. I libri, spostati tredici volte durante il genocidio, hanno trovato una collocazione in uno spazio di circa 200 metri quadrati. È nata così la Biblioteca Phoenix.

Oggi ospita circa 6.000 volumi. Metà sono stati recuperati dalle macerie, gli altri raccolti lungo le strade o donati da cittadini. Un quarto della biblioteca è dedicato ai bambini, nel tentativo di offrire loro uno spazio di immaginazione oltre l’assedio. Le difficoltà non sono mancate.

Per cinque mesi i tre amici hanno lavorato con materiali locali, sviluppando soluzioni improvvisate ma funzionali. Parallelamente, hanno avviato un processo di conversione di archivi digitali: migliaia di file PDF trasformati in libri stampati, per colmare il vuoto lasciato dalla distruzione fisica.

In una Gaza devastata dal genocidio, la biblioteca rappresenta una sfida aperta alla cancellazione, un luogo dove ricostruire non solo scaffali, ma relazioni, pensiero critico, identità.

Come la fenice da cui prende il nome, nasce dalle ceneri e insiste nel rivendicare il diritto a esistere.

La testimonianza di Omar Hamad:

“Il 21 aprile 2026 rimarrà per sempre impresso nella storia. Alhamdulillah, abbiamo inaugurato ufficialmente la prima biblioteca costruita durante il genocidio di Gaza.

Sono sopravvissuto, anche dopo che tutte le mie aspettative erano andate completamente deluse. Non avrei mai immaginato di trovarmi qui oggi tra voi; non avrei mai immaginato di poter risorgere dalle proprie ceneri. Come una fenice, sono risorto, portando nella mano destra un'eredità che si è rifiutata di morire, e nella sinistra, le stesse ceneri con cui sono state scritte epopee di tenacia. Quando l'inchiostro si è esaurito, ho scritto con ciò che restava; l'inchiostro si è asciugato e il sangue è sgorgato, così che le nostre prime righe sono state scritte da un martire, testimone della nostra lotta immortale.

A Gaza, costruire una biblioteca durante un genocidio è un atto che si eleva al livello di liberazione – forse, è la liberazione stessa. Ogni libro che ho portato sulle spalle durante lo sfollamento, e ogni libro che ho salvato dalle macerie, era una patria rubata. Una patria le cui pagine sono state strappate, eppure la speranza di riconquistarla rimane viva in noi finché vivremo.

Poiché il nostro sistema scolastico e formativo palestinese è controllato dall'occupazione israeliana, dobbiamo leggere. Dobbiamo leggere per non diventare macchine plasmate dalle loro mani. Dobbiamo liberarci da questa "fabbrica" e diventare come gli ulivi, piante che hanno trovato la loro strada attraverso il suolo della Palestina, emergendo nella forma più bella di lotta e resilienza.

In un'epoca ossessionata dal valore della conoscenza in base al suo ritorno materiale, sono stato costretto a combattere molte battaglie per convincere coloro che discutevano con me in mezzo ai bombardamenti: "A cosa ti servono questi libri? Perché li porti con te ogni volta che sei sfollato?".

Forse avevano ragione; a quel tempo, una pagnotta di pane era più preziosa e costosa di qualsiasi altra cosa. Ma nutrivo una fede profonda e incrollabile nel fatto che un giorno sarei stato qui.

Qualcuno una volta mi disse: "C'è una mano che, se non fosse per la sua vigilanza, periremmo!".

Lui se n'è andato, ma la mia mano sinistra è rimasta, a scrivere, scrivere e scrivere, fino ad oggi! Ho tre libri e una ferita che non si rimargina mai.

In conclusione, desidero ringraziare ogni essere umano che ha contribuito alla rinascita della Fenice”.

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