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Un esperimento mentale
di Paolo Mossetti
Prendiamo le foto dei brindisi e dei cocktail che vediamo in queste ore al padiglione russo alla Biennale.
.Prendiamo gli artisti usati - leggiamo da più parti - per ripulire e rendere "cool" l'immagine di una società ultranazionalista, di una potenza egemone regionale impegnata in una campagna illegale e colonialista.
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Le proteste colorite fuori da lì di un gruppo di attivisti che non si fila nessuno fuorché una minoranza di politici e giornalisti.
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Immaginiamo se a tutto questo si aggiungesse, come pugno in faccia ai poveri cristi ucraini, un 70% di firme prestigiose e di riviste liberal milanesi che da vent'anni raccontano la Russia come "trendy", come la destinazione e il prodotto culturale perfetti per chi i progressisti.
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Mettendo sotto il tappeto la questione della radicalizzazione, della guerra, dell'Ucraina.
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Aggiungiamoci pure qualche serie tv che romanticizzasse i servizi d'intelligence del Cremlino, raccontandone magari la violenza, ma sempre da una prospettiva giustificazionista e brillantemente "pop". E che quelli che si lamentassero per questo stato di cose fossero delfini gufi, sfigati, radicaloidi.
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A quel punto avremmo quella che è stata la narrazione dominante su Israele in Italia degli ultimi 15 o 20 anni.
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