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08 maggio 2026
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Guerra ibrida: come si ripulisce il massacro
di Emma Buonvino

Non basta più bombardare una popolazione.

Bisogna anche bombardare la memoria. Negli ultimi anni abbiamo assistito a qualcosa che va oltre la propaganda classica. Non si tratta più soltanto di convincere il mondo di avere ragione. Si tratta di gestire la percezione del dolore. Di trasformare una catastrofe umanitaria in un problema di immagine. Di prendere migliaia di morti e ridurli a crisi comunicativa.

Quando uno Stato investe somme immense in campagne mediatiche, influencer, algoritmi, pubbliche relazioni e operazioni digitali coordinate, sta dicendo qualcosa di molto preciso: la battaglia non è più solo sul terreno, ma negli occhi di chi guarda.

Gaza ha prodotto immagini che nessuna strategia narrativa riesce più a contenere completamente.

Bambini estratti dalle macerie.
Ospedali distrutti.
Intere famiglie cancellate dai registri civili.
Persone affamate che rovistano nella polvere.
Medici costretti a operare senza anestesia.
Giornalisti uccisi mentre documentavano tutto questo.

Per anni il linguaggio ufficiale ha funzionato come una barriera morale.
“Autodifesa.”
“Danni collaterali.”
“Operazioni mirate.”
“Scudi umani.”
Espressioni ripetute fino a diventare anestesia collettiva.

Ma a Gaza qualcosa si è spezzato. Perché le immagini sono arrivate prima dei comunicati, in tempo reale, inviate dai gazawi stessi proprio mentre venivano uccisi. Perché milioni di persone hanno visto direttamente ciò che accadeva, senza il filtro rassicurante delle diplomazie occidentali.

E quando la realtà entra nelle case senza chiedere permesso, la propaganda perde parte della sua forza.

Oggi il conflitto si combatte anche nei social network, nei motori di ricerca, nei campus universitari, nelle redazioni, negli algoritmi. Chi denuncia le violazioni dei diritti umani viene spesso accusato automaticamente di antisemitismo, come se criticare uno Stato equivalesse ad attaccare un popolo o una religione. Ed è una confusione pericolosa, perché finisce per svuotare di significato la lotta reale contro l’antisemitismo.

Criticare le azioni di un governo non significa odiare gli ebrei.

Significa rifiutare che qualsiasi Stato venga considerato moralmente intoccabile mentre migliaia di civili muoiono. Ed è qui che nasce la frattura più profonda.

Per decenni Israele è stato raccontato in gran parte dell’Occidente come vittima permanente della storia. Ma quando un popolo vede quotidianamente immagini di devastazione, fame e distruzione inflitte a civili intrappolati, qualcosa cambia inevitabilmente nella coscienza collettiva.

La vera crisi non è soltanto diplomatica.
È simbolica.

Perché i simboli politici non restano immutabili: vengono trasformati dalle azioni compiute sotto di essi. E quando una bandiera viene associata, giorno dopo giorno, a morte, sangue, assedio e distruzione, il danno morale rischia di attraversare generazioni intere.

La storia insegna che nessuna campagna pubblicitaria può cancellare completamente il sangue dalla memoria dei popoli.

Puoi controllare i titoli.
Puoi finanziare narrazioni.
Puoi produrre slogan, spot, influencer, dossier.

Ma ci sono immagini che continuano a sopravvivere sotto la pelle del mondo.

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