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Violenza sessuale nei conflitti
di Emma Buonvino
La violenza sessuale nei conflitti non nasce quasi mai dal “desiderio” in senso ordinario.
Nelle guerre, nelle occupazioni militari e nei sistemi di tortura, il corpo dell’altro diventa spesso un territorio da conquistare, profanare e dominare.
È questo che rende tali atti così devastanti: non parlano solo di violenza fisica, ma di potere assoluto. Perché la violenza sessuale viene usata come strumento di dominio.
In molti conflitti della storia, lo stupro e la tortura sessuale sono stati usati per: terrorizzare una popolazione, spezzare il senso di identità collettiva, umiliare “il nemico” davanti alla famiglia o alla comunità, creare vergogna e silenzio, dimostrare dominio totale sul corpo e sulla vita dell’altro.
La violenza sessuale comunica un messaggio preciso:
“Tu non controlli più nulla. Nemmeno il tuo corpo.”
Per questo spesso avviene durante interrogatori, nelle prigioni, ai checkpoint, nelle incursioni militari, o in situazioni dove la vittima è completamente impotente.
In molti sistemi repressivi, la sessualità viene trasformata in arma psicologica perché colpisce contemporaneamente il corpo, la mente,
l’identità, la memoria, la relazione con gli altri.
Le conseguenze possono durare tutta la vita. Molti sopravvissuti sviluppano: disturbo post-traumatico complesso; dissociazione (sentirsi “separati” dal proprio corpo); paura cronica; insonnia e incubi; depressione; perdita della fiducia negli esseri umani; difficoltà nell’intimità;
senso di contaminazione; ideazione suicidaria.
Alcune vittime raccontano che il trauma più difficile da affrontare non è il dolore fisico, ma l’umiliazione, la perdita della dignità, il sentirsi ridotti a oggetti.
Quando vengono coinvolti animali, umiliazione pubblica o coercizione estrema, il trauma può diventare ancora più profondo perché la vittima percepisce una rottura radicale dell’idea stessa di umanità.
Gli psicologi che studiano la tortura parlano spesso di “annientamento del sé” ovvero la distruzione della continuità interiore della persona.
Testimonianze storiche comparabili
Guerra di Bosnia
Durante la guerra in Bosnia, lo stupro sistematico fu utilizzato come strategia di guerra contro donne bosniache musulmane.
Esistevano veri e propri “campi di stupro”, dove le donne venivano detenute e violentate ripetutamente.
Il tribunale internazionale per l’ex Jugoslavia riconobbe per la prima volta lo stupro come: crimine contro l’umanità, strumento di tortura, arma di pulizia etnica.
Genocidio del Ruanda
Durante il genocidio ruandese, migliaia di donne tutsi furono violentate sistematicamente.
La violenza sessuale veniva usata per terrorizzare, distruggere famiglie, trasmettere trauma collettivo, e in alcuni casi diffondere deliberatamente HIV.
Scandalo di Abu Ghraib
Nella prigione di Abu Ghraib, detenuti iracheni furono sottoposti a nudità forzata, umiliazioni sessuali, uso di cani per intimidazione,
torture psicologiche.
Le fotografie diffuse nel mondo mostrarono come l’umiliazione sessuale fosse stata trasformata in strumento di dominio militare e deumanizzazione.
Dittatura militare argentina
Nei centri clandestini di detenzione argentini, molte persone sequestrate subirono stupri, nudità forzata, torture genitali, violenze davanti ad altri prigionieri.
L’obiettivo non era solo ottenere informazioni, ma spezzare psicologicamente la persona.
La “ferita morale” e la disumanizzazione
Esiste un concetto chiamato “moral injury” (ferita morale).
Indica il danno profondo che nasce quando un essere umano subisce, assiste oppure commette atti che violano radicalmente ciò che considera umano e giusto.
Questa ferita non riguarda solo le vittime. Può colpire anche soldati, interrogatori, medici, testimoni, perfino società intere.
Quando una guerra abitua le persone alla disumanizzazione, accade qualcosa di pericoloso: l’altro smette di essere percepito come essere umano completo.
E quando un gruppo viene visto come “animale”, “inferiore”, “nemico assoluto”, “minaccia esistenziale”, diventa più facile giustificare atrocità che in condizioni normali sembrerebbero impensabili.
Molti studiosi dei genocidi spiegano che la disumanizzazione è quasi sempre il passaggio che precede le grandi violenze collettive.
Nel caso palestinese, molte testimonianze descrivono il trauma non solo come sofferenza individuale, ma come esperienza collettiva:
sentirsi costantemente vulnerabili, controllati, umiliati, privati della propria dignità nazionale e personale.
Ed è proprio per questo che le accuse di violenza sessuale in guerra devono essere trattate con enorme serietà, rigore e umanità: perché colpiscono il punto più profondo dell’esistenza umana, cioè il rapporto tra corpo, dignità e identità.
Bibliografia essenziale - Diritto internazionale e violenza sessuale nei conflitti
United Nations — Rapporti su violenza sessuale nei conflitti armati.
International Criminal Tribunal for the former Yugoslavia — Sentenze sui campi di stupro in Bosnia.
International Criminal Tribunal for Rwanda.
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