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05 maggio 2026
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Gaza e Libano: saccheggio, la normalizzazione del bottino di guerra
di Emma Buonvino

Non è solo distruzione. Non è solo occupazione.

È qualcosa di più antico, più crudo: il saccheggio. Negli ultimi mesi, diverse testimonianze – incluse fonti israeliane – stanno portando alla luce una pratica sempre più diffusa tra i militari israeliani: entrare nelle case civili, svuotarle, portare via ciò che resta della vita degli altri.

A Gaza prima. Nel Libano meridionale oggi.

Secondo inchieste giornalistiche recenti, soldati e riservisti descrivono il saccheggio come “routine”, qualcosa di visibile, tollerato, quasi normale.

Televisioni, tappeti, gioielli, mobili, motociclette, perfino fotografie personali: non solo oggetti di valore, ma frammenti di identità. Un soldato, citato in una di queste testimonianze, lo dice senza ambiguità: “Non è nascosto. Tutti vedono e capiscono.”

Gaza: i precedenti

Già durante le operazioni nella Striscia di Gaza, erano emerse accuse simili. Indagini interne e pochi procedimenti giudiziari – spesso conclusi senza conseguenze rilevanti – hanno mostrato una quasi totale impunità.

Questo ha creato un precedente pericoloso: quando non c’è punizione, il messaggio è chiaro.

Libano meridionale: il salto di scala. Oggi, nel sud del Libano, le testimonianze parlano di un fenomeno ancora più esteso.

Secondo i racconti raccolti da media internazionali e israeliani: il saccheggio è diffuso e sistematico, coinvolge sia soldati regolari che riservisti, avviene spesso senza alcuna sanzione disciplinare, i comandanti, in molti casi, “chiudono un occhio”.

Alcuni militari parlano apertamente di una pratica su “scala folle”.

L’assenso silenzioso

Il punto più inquietante non è solo il saccheggio in sé. È il contesto che lo rende possibile.

Le testimonianze indicano tre livelli di responsabilità:
Tolleranza operativa – i comandanti sono consapevoli
Assenza di punizione – rarissime indagini, quasi nessuna condanna
Normalizzazione culturale – il gesto diventa parte della routine.
Anche i vertici militari israeliani hanno riconosciuto questi episodi come una “macchia morale”, segno che il fenomeno è noto.

Non solo furto: cancellare una presenza

Il saccheggio, nei contesti di guerra, non è mai neutro.
Non è solo prendere.
È svuotare.

Una casa saccheggiata non è più una casa: è un guscio.

E quando questo accade su larga scala – insieme alla distruzione sistematica di interi quartieri – il messaggio è chiaro: non si tratta solo di colpire un nemico, ma di cancellare la sua possibilità di ritorno.

Una pratica antica, una responsabilità attuale

Il diritto internazionale umanitario vieta esplicitamente il saccheggio.

Non è un dettaglio. È un crimine di guerra.

Eppure, come mostrano queste testimonianze, tra Gaza e Libano si sta affermando qualcosa di diverso: una pratica tollerata, ripetuta, quasi istituzionalizzata.

Quando il saccheggio smette di essere un’eccezione e diventa abitudine, non è più solo un problema disciplinare.
È un segnale profondo di erosione morale dentro l’apparato militare.

✧ Bibliografia essenziale ✧
Haaretz, “Looting Was Part of Every Israeli War. What’s New Is the Total Indifference” (2026)
Haaretz, “Only Indictment Filed Against IDF Soldier for Looting in Gaza War Ends in Plea Deal” (2026)
L'Orient-Le Jour, “Israeli troops loot homes in occupied southern Lebanon” (2026)
Common Dreams, “IDF Soldiers Say Commanders Turning Blind Eye to Lebanon Looting ‘On a Crazy Scale’” (2026)
Polskie Radio, “Israeli soldiers looting civilian property in Lebanon and Gaza on massive scale” (2026)
Convenzioni di Ginevra, IV Convenzione, art. 33 (divieto di saccheggio)
Comitato Internazionale della Croce Rossa, Customary IHL Study, Regola 52 (Prohibition of Pillage)

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