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04 maggio 2026
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Dissidenti israeliani raccontano la paura dei bambini palestinesi
di Rosa Rinaldi

È incredibile come i pochi veri dissidenti israeliani riescano a raccontare, con parole giuste, ciò che accade nella loro società, mentre qui a casa nostra anche i finti critici di Israele non fanno che usare perifrasi edulcorate.

Scrive Orna Rinat אורנה רינת a proposito di "definisci bambino":

"Molti anni fa, molto prima del 7 ottobre, a Tel Aviv vidi due agenti municipali in piedi accanto a un ragazzo che teneva per mano un bambino. Dalla presenza dell'esercito avevo già capito cosa significava, così mi avvicinai.

Il ragazzo, circa quindicenne, era venuto qui a lavorare insieme al fratellino, di circa nove anni. Gli stringeva forte la mano: si vedeva che era terrorizzato, ma si sforzava di parlare per proteggere il più piccolo, che era pallido dalla paura. Paralizzato.

Non avevo mai visto una paura simile in un essere umano.

Alla fine li lasciarono andare.

Più tardi, mentre aspettavo l’autobus, li vidi cercare qualcosa. Il maggiore continuava a tenere la mano del piccolo. Mi disse “grazie” e “ciao”. Il bambino rimase in silenzio.

Chissà dove sono oggi."

Queste sono le esperienze fondamentali di ogni bambino palestinese: l’umiliazione, la consapevolezza, che viene inculcata loro deliberatamente, che davanti ai padroni di qui devono abbassare la testa.

Natalie Pik scrive di questi bambini, delle teste chine, e lo fa come solo lei sa fare:

“La giovane testa abbassata, capelli fitti e scuri, mani legate dietro la schiena.

Un ragazzo? Mi chiedo. No, non ancora, un bambino. Dietro di lui altri bambini, ragazzi, capelli scuri e folti, teste chine. Vedo sopracciglia scure, spalle strette; alcuni hanno già un accenno di baffi, altri ancora no.

Non si vedono i loro occhi. Sono abbassati.

Tutto qui ha un solo scopo: umiliare.

Perché hanno arrestato i bambini? chiedo ad Aboud.

È un arresto casuale, risponde, vogliono spaventarli, perché non vengano alla preghiera collettiva del venerdì.

Racconta anche che il villaggio di Burqa è sotto costante pressione dell’esercito: l’obiettivo è rendere la vita degli abitanti difficile, tenerli spaventati, costringerli a ridursi sempre di più, come se non esistessero... così gli insediamenti nella zona potranno espandersi, e alla fine davvero loro non esisteranno più.

Ogni venerdì arrivano, mi racconta Aboud (che in realtà si chiama Abdelhi Alnatsha, nome vero ma difficile, mi manda una faccina che ride).

Aboud è stato bloccato su Facebook dopo aver trasmesso in diretta l’arresto di un bambino con sindrome di Down.

Arrivano ogni venerdì mattina, bloccano gli ingressi del villaggio, controllano i documenti, umiliano gli abitanti e aspettano fino alla fine della preghiera, all’una del pomeriggio.

Poi lanciano granate lacrimogene dentro la moschea e nei dintorni.

“Loro”, naturalmente, è l’esercito israeliano.

Gli abitanti vivono già nella paura, racconta Aboud: in ogni momento i coloni degli avamposti dei pastori possono assalirli, la loro vita è diventata un incubo. L’ultimo venerdì, decine di abitanti hanno avuto bisogno di cure mediche dopo essere stati colpiti al volto da lacrimogeni.

Tutti i bambini arrestati, sei in tutto, erano parenti, cugini:
Natsar Issa Matan
Abdallah Shaker Matan
Omar Ahmad Matan
Yousef Ayad Matan
Muhammad Ghassan Matan
Omar Ahmad Matan.

Il più piccolo aveva sette anni.

Li hanno interrogati per alcune ore, li hanno spaventati a dovere e poi rilasciati.

Voglio chiedere ancora, voglio gridare: ma perché, perché arrestare dei bambini?

Anche io una volta sono stato arrestato senza motivo, racconta Aboud.

Poi mi dice che sua figlia maggiore sta per sposarsi, e io condivido la sua gioia.

Dopo porto mio figlio più piccolo al cinema ('mamma, hai promesso!"). Prima che inizi il film c’è una diapositiva che spiega come comportarsi in caso di sirena d’allarme, poi un’altra che dice che i figli dei riservisti sono eroi.

Il film racconta di due bambini che arrivano in una casa meravigliosa nella giungla e vivono avventure incredibili: combattono contro dei banditi, saltano da grandi altezze, salvano un orso.

Nella sala buia vedo le teste dei ragazzi, capelli scuri e folti, ridono e parlano a voce alta e sottovoce, odore di popcorn… i bambini che sono stati arrestati e poi rilasciati... cosa stanno facendo adesso? Cosa stanno facendo adesso?

Nel film i bambini alla fine sconfiggono i banditi e imparano anche una lezione importante sull’amicizia e il coraggio.

Nell’ultima scena sono tutti insieme, abbracciati, e persino l’orso, che sembrava spaventoso ma in realtà è un amico,!sta con loro.

Cosa possono dire i genitori dei bambini arrestati per consolarli?

E la notte, sono riusciti a dormire? Forse il più piccolo è tornato a bagnare il letto dalla paura; forse il maggiore ha pianto soffocando le urla nel cuscino, per non farsi sentire.

Forse uno di loro è rimasto in silenzio, e da quando è tornato a casa non ha più parlato.

“Mamma”, mi chiede Itai mentre torniamo a casa dopo il film, ormai è sera, “cosa c’era scritto in quella diapositiva all’inizio?”.

“Che se suona l’allarme dobbiamo…”

“No, no, dopo, qualcosa sugli eroi.”

“Non ricordo”, gli dico, “non ci ho fatto caso.”

Per fortuna è buio e non può vedere i miei occhi".

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