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Cina sfida le sanzioni USA sul petrolio iraniano
di Leandro Leggeri
La Cina passa dalla retorica all’azione e tenta di neutralizzare direttamente le sanzioni statunitensi contro il commercio di petrolio iraniano.
Il Ministero del Commercio di Pechino ha infatti emesso un’ingiunzione formale per bloccare l’applicazione delle misure imposte da Washington contro alcune raffinerie cinesi accusate di acquistare greggio da Teheran.
La decisione arriva dopo che il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti ha colpito una unità della Hengli Petrochemical, accusandola di aver comprato petrolio iraniano per miliardi di dollari. Nel mirino anche altri gruppi industriali cinesi, tra cui Shandong Jincheng Petrochemical, Hebei Xinhai Chemical Group, Shouguang Luqing Petrochemical e Shandong Shengxing Chemical.
Pechino contesta apertamente la legittimità delle sanzioni, definite “prive di base nel diritto internazionale”, e si prepara a difendere attivamente le proprie aziende. Non si tratta solo di una disputa commerciale: è un passaggio politico rilevante che segnala la volontà cinese di non riconoscere più, almeno in questo ambito, il potere extraterritoriale delle sanzioni statunitensi.
Nel contesto della guerra con l’Iran, la mossa rafforza di fatto la tenuta economica di Teheran, offrendo uno sbocco cruciale per il suo petrolio nonostante la pressione americana. Allo stesso tempo, apre un fronte diretto tra Stati Uniti e Cina sul terreno delle sanzioni, trasformando uno strumento economico in un elemento di confronto strategico tra grandi potenze.
Il messaggio è chiaro: la guerra non si combatte solo con missili e navi, ma anche attraverso il controllo dei flussi energetici e delle regole che li governano.
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