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Catene in Aula: la solidarietà sul banco degli imputati
di Soumaila Diawara
In aula, con le caviglie incatenate, è apparso Thiago Ávila. Un’immagine che non chiede silenzio: lo pretende come complice oppure lo spezza con la forza della coscienza.
Un tribunale di Israele ha deciso di prolungare la detenzione sua e dell’attivista palestinese-spagnolo Saif AbuKeshek: due giorni in più di prigionia per chi era diretto verso Gaza con una missione civile.
La loro nave, parte della Global Sumud Flotilla, è stata intercettata in mare vicino a Creta, a circa mille chilometri dalle presunte acque israeliane.
Mille chilometri. Una distanza che pesa come una domanda: dove finisce il diritto internazionale e dove inizia la forza bruta? Le accuse sono enormi, terrorismo e sostegno al nemico, parole pesanti pronunciate contro chi trasportava solidarietà. La difesa respinge tutto e denuncia violenze, coercizione e diritti negati.
Ma prima ancora delle carte processuali resta un’immagine impossibile da archiviare: attivisti incatenati in aula. Le catene non sono solo ferro. Sono un messaggio politico. Sono la rappresentazione plastica di una linea rossa superata: quella in cui la solidarietà smette di essere un valore e diventa un reato.
Quando si incatena chi porta aiuto, si prova a incatenare anche il significato stesso della parola umanità. Quando si criminalizza la compassione, si tenta di trasformare la coscienza in colpa. E allora la domanda diventa inevitabile: che giustizia è quella che teme chi soccorre? Che sicurezza è quella che vede un nemico in chi trasporta speranza?
Perché il punto non è solo la detenzione di due attivisti. Il punto è il precedente morale che si sta costruendo davanti agli occhi del mondo. Quando la solidarietà viene trattata come crimine, la giustizia smette di essere giustizia: diventa forza travestita da legge. E le catene, in quell’aula, non legavano soltanto due persone, provavano a legare il diritto stesso di non restare indifferenti.
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