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Dem USA critici verso Israele senza rompere del tutto
di Leandro Leggeri
J STREET DIVENTA “MAINSTREAM” TRA I DEMOCRATICI: CAMBIA L’EQUILIBRIO DEL LOBBYING PRO-ISRAELE
Negli Stati Uniti si sta ridefinendo in modo significativo il rapporto tra il Partito Democratico e il sostegno a Israele. Secondo un’analisi di The Times of Israel, l’organizzazione J Street — nata nel 2008 come alternativa progressista e critica rispetto alla linea tradizionale — è oggi diventata il punto di riferimento principale per i democratici che non vogliono rompere con Israele, ma ne contestano le politiche.
Il dato più rilevante è politico: mentre in passato il lobbying pro-Israele era dominato da AIPAC, oggi quest’ultimo è sempre più respinto in ambienti democratici, mentre J Street riesce a ottenere il sostegno della maggioranza dei parlamentari del partito. Una trasformazione che riflette un cambiamento più ampio nell’elettorato: circa l’80% dei votanti democratici esprime oggi una visione negativa di Israele.
Questo spostamento ha conseguenze concrete. J Street, che si definisce “pro-Israel, pro-peace”, ha assunto posizioni spesso in contrasto con la linea dei governi israeliani e con l’opinione pubblica israeliana stessa. Ha criticato decisioni chiave come il riconoscimento di Gerusalemme come capitale da parte degli Stati Uniti e si è opposta alla recente guerra contro l’Iran, sostenuta invece da una larga maggioranza degli israeliani.
Il suo presidente, Jeremy Ben-Ami, rivendica apertamente questa distanza: l’obiettivo dell’organizzazione non è rappresentare Israele, ma l’ebraismo americano progressista. Una posizione che riflette una frattura sempre più evidente tra le percezioni negli Stati Uniti e quelle nello Stato israeliano.
Parallelamente, J Street ha radicalizzato alcune posizioni politiche, arrivando a proporre una progressiva riduzione degli aiuti militari statunitensi a Israele e a sostenere condizioni più stringenti sulle forniture di armi. Questo la colloca in una posizione intermedia: troppo critica per la destra e per parte dell’establishment israeliano, ma ancora “troppo pro-Israele” per la sinistra più radicale.
Secondo figure come Michael Oren, questo processo rischia di trasformare J Street in una tappa di transizione verso posizioni apertamente anti-sioniste. Al contrario, i suoi sostenitori sostengono che rappresenti ormai l’ultimo spazio politico in cui è possibile mantenere un sostegno a Israele all’interno del Partito Democratico senza aderire a una linea incondizionata.
Il risultato è un quadro profondamente mutato: il tradizionale consenso bipartisan su Israele si sta erodendo, sostituito da una crescente polarizzazione. E proprio in questo contesto, un’organizzazione nata ai margini si ritrova oggi al centro del dibattito politico americano.
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